L’unico che scavò

Quel matto di Gustavo

In zona cesarini, unico ingresso maschile nelle mie Locuras.[1]

All’ultimissimo momento, ma a pienissimo titolo. Al contrario di Uma non stravedo per i superlativi, ma Gustav Adolf Bergenroth li merita.

Parallela alla voglia di leggere i suoi scritti cresceva in me la voglia di saperne di più sulla sua vita. E avrò ampia conferma della sua immensa, generosa follia.

Scarne le notizie in italiano. Dovrò ricorrere per l’ennesima volta al traduttore. Quanto segue – per ora e con qualche digressione – proviene da Wiki England.

Gustavo nasce in una città che…  se lui oggi fosse tra noi sarebbe polacco.

Nome della città? Per un po’ l’hanno chiamata Marggrabowa (fino al 1928), poi Treutburg (fino al 1945), per diventare quella che è oggi, ossia Olecko.

Stessa città, vari invasori. A naso il secondo deve essere un dono nazista.

Gustavo nasce sotto il segno dei Pesci, proprio come Bastardo. Ennesima riprova che lo Zodiaco è roba da maneggiare giusto per rompere il ghiaccio nel fare conoscenza su un divano. E subito dopo riderci su.

Gustavo muore a Madrid, già detto. A 55 anni. En passant, sotto l’Acquario. 🙁

La sua figura di riferimento è il Padre. Magistrato. Ma anche patriota testardo e incorruttibile. Da lui Gustavo riceve un’educazione ‘ben calcolata per sviluppare l’indipendenza della mente e la forza del corpo’.[2]

Dopo carriera ‘piuttosto burrascosa’ all’università di Königsberg, svolge ‘incarichi minori’ nella magistratura. Si dedica anche a studi di statistica ed economia politica. Piuttosto burrascosa? Perdiana, Wiki England, perchè non ce la racconti?

Le sue indagini, combinate con il ‘temperamento irrequieto’ che gli rendono sempre la ‘vita ufficiale disgustosa’, lo portano ad adottare ‘avanzate opinioni democratiche’, che, manifestate liberamente durante le rivoluzioni del 1848, gli costano il posto nel ‘servizio civile’ per il trionfo della reazione.

Appena noi leggiamo queste parole, l’amore per Bergenroth, già con le valigie pronte sulla strada giusta, ratto s’apprende e decolla.

Ma continuiamo da Wiki England. Pare che il nostro, prima di emigrare, abbia dato una mano nella rocambolesca fuga da Spandau del poeta tedesco Gottfried Kinkel. Del quale Kinkel qualcosa ci va di dire.

Prendendo momentaneamente pausa da Gustavo.

A noi Gottfried sta simpatico perché nel 1837, dopo un viaggio in Italia, molla la teologia per dedicarsi all’arte. Noto per le attività rivoluzionarie e la fuga di prigione (1850) aiutato dall’amico ed ex studente Carl Schurz. [anche Gustavo, però! ma questo la pagina Wiki England su Kinkel non lo dice].

Prigione dove Gottfried sta scontando da un anno l’ergastolo per un’insurrezione. Pare che il poeta si cali letteralmente giù da un muraglione col classico lenzuolo annodato. Così è ritratto in un dipinto.

Dopo la fuga Kinkel ripara a Londra, dove entra nella Lega dei comunisti, ma anche in polemica con Marx ed Engels. Poi va negli Usa e prova a raccogliere fondi per finanziare attività rivoluzionarie in Germania, ma ne trova pochini.

Torna a Londra nel 1853, insegna tedesco e a… ‘parlare in pubblico per donne’. E questo è il secondo punto a favore di Kinkel, ai nostri occhi.

Poi tiene conferenze – sempre Kinkel, occhio! – su letteratura, arte e storia della cultura tedesca. Muore a Zurigo, dove ha accettato una cattedra di archeologia e storia dell’arte. Non tornò mai più in Germania. Ah, quasi scordavamo: lui, Kinkel, sposa Johanna scrittrice, compositrice e musicista. Johanna che “assiste il marito nei suoi lavori letterari e nelle sue attività rivoluzionarie”. Lasciamo stare. Un’altra semi-in-quanto. Comunque pare che Kinkel non fosse granchè come poeta. Resta famosa solo la sua fuga. E allora torniamo da Gustavo.

Il quale, dopo aver dato una mano al poeta, è ‘determinato a emigrare’ in California (1850). Gli episodi del ‘suo viaggio e residenza’ sono i più avventurosi. Becca la febbre gialla ‘sul passaggio’. Viene derubato, privo di sensi, di tutte le sue proprietà. Arriva a San Francisco mezzo morto. E… ‘dovette la sua vita alla carità di una donna’. Donna che con tutta probabilità non sapremo mai chi cavolo è.

Comunque, che viaggio, Gustavo mio! E ancora è niente!

Ripresosi da un attacco di colera, il nostro si reca nel deserto e vive per qualche tempo la vita di un cacciatore. Vede molte delle ‘operazioni del comitato di vigilanza’, che successivamente ha descritto vividamente in Household Words. [ultimo passo poco chiaro, Google a prescindere. Indagherò.]

Nel 1851 torna in Europa. E ‘guidò per diversi anni in una vita di vagabondaggio’, cercando lavoro alternativamente come tutore e come letterato.

E io t’amo sempre più, vagabondo che non sei altro!

Nel 1857 ‘forma la risoluzione’ [starà per decide] di dedicarsi alla storia inglese, e si stabilisce a Londra con lo scopo di studiare il periodo dei Tudor.

Da queste scarne e provvisorie news noi deduciamo e fantastichiamo.

Uma in questo momento è presente, lo diciamo per maggiore chiarezza. Il suo “immagina, puoi!” è qualcosa di molto consistente, altro che spot con Clooney!

In questi 6 anni di ‘vagabondaggi e precarietà’ Gustavo decide di andarsi a chiudere a doppia mandata in archivi polverosi. Sì, è decisamente matto. E anzi Uma dice che forse lo ama più di me. Torniamo a Wiki England.

Trovando insufficienti i materiali nell’Ufficio Inglese, Gustavo ha ‘concepito l’audace piano’ di stabilirsi a Simancas e di fare un esame approfondito dell’Archivio Generale de Simancas, in quel momento estremamente difficile da raggiungere.

L’audace piano. Gustavo, s’è già detto che t’amiamo? Sì, proseguiamo.

Prima di Bergenroth non più di sei studenti, spagnoli e stranieri, avevano fatto importanti ricerche negli archivi. E si credeva ‘generalmente che fosse stato commesso un grande disastro da parte dei soldati francesi, che Bergenroth trovava motivo di dubitare’ [which Bergenroth found reason to doubt. Uhm…]

I francesi, ancora loro! Non è possibile!

La storia delle sue indagini è ‘narrata graficamente’ da lui stesso in lettere all’Athenæum, e in comunicazioni private a Sir John Romilly, il ‘maestro dei rotoli’, che è stato indotto dalle lettere di Athenæum a procurare a Bergenroth una commissione con uno stipendio del governo inglese.

Bravo, sir John! E ora è il momento, anche per Wiki England, di parlarci del tuo più grande merito: ‘Bergenroth manifesta rapidamente il talento più notevole come ‘decifratore, interpretando più di dodici cifre di enorme difficoltà, con le quali gli archivisti spagnoli erano a loro volta inconsapevoli, o le chiavi a cui si erano sottratti’. La loro ‘persistente ostruzione’ lo costringe a ricorrere all’ambasciata inglese a Madrid; ma la sua energia trionfa su ogni ostacolo e nel 1862 gli viene permesso di pubblicare un Calendario dei documenti negli Archivi di Simancas relativi agli affari inglesi dal 1485 al 1509, con aggiunte dai depositi di Bruxelles, Barcellona e altri luoghi.

Ah, l’energia che trionfa su ogni ostacolo…! Però da qualche parte, non ricordo più dove, abbiamo trovato scritto che il Barone von Werthern sganciò un po’ di soldi. Quisquilie. Proseguiamo.

Questo Calendario è introdotto da una ‘affascinante prefazione’…

[letta, e affascinante è dire poco]

…che ‘descrive le sue difficoltà e i suoi successi come decifratore e include una brillante revisione delle relazioni tra Inghilterra e Spagna durante il periodo’.

Brillante revisione. Direi anche illuminante, visto che nessuno prima aveva deciso di ‘illuminarci’ su quei documenti. Nessuno. Per 300 e più anni.

Nel 1867 Gustavo viene eletto membro dell’American Antiquarian Society nel 1867. Bravi! Un secondo volume più grande appare nel 1868, dove analizza i documenti dal 1509 al 1525 [letti anche quelli].

Esamina a Simancas, con grandi privazioni, documenti sul periodo negli archivi pubblici, ne fa una raccolta e la pubblica nel 1862-1868, sotto il titolo di ‘Calendario delle lettere, Dispacci, ecc. Relativo ai negoziati tra Inghilterra e Spagna’. Infine, mentre lavora instancabilmente nei registri di Simancas, il nostro Gustavo becca una febbre epidemica. E muore.

Sulla morte in data 13 febbraio 1869 si ferma la pagina di Wiki England.

Che in fondo contiene però un link. Questo: Bergenroth bio (in German).

Provateci voi. Perchè quando l’abbiamo fatto noi il risultato è stato: pagina non trovata. Che figura di merda asburgica o tedesca o fate voi!

Archiviata (è il caso di dirlo) la questione tedesca, andiamo a vedere se e quanto di Gustavo racconta l’enciclopedia libre in espanol. E nel caso, se qualcosa in più sull’inglese, magari un link esterno più dettagliato. In fondo, il nostro è vissuto e morto a Madrid. In effetti qualcosa troviamo. Gracias, Espana!

Innanzitutto diciamo che la gran parte delle notizie riportate dall’enciclopedia libre proviene dalla biografia Gustave Bergenroth: a memorial sketch.  Scritta da William Cartwright. Editata a Edimburgo nel 1870. Citata anche da Wiki England, che però ha deciso di estrapolare qualcosa in meno.

Appuntiamo le notizie in più trovate grazie agli spagnoli:

  • Olecko si trova a due passi dalla Russia (ma per questo bastava la cartina).
  • Gustavo è un secondogenito.
  • Entra nell’Università di Konisberg a 20 anni.
  • Ha vita studentesca intensa, essendo nominato ‘presidente fraternità’ e anche ferito in un duello con la spada.
  • Il suo babbo muore quando lui ha 25 anni.
  • Tra il 1836 e il 1845 svolge vari lavori nell’amministrazione della giustizia a Königsberg, Köslin, Berlino. E Colonia, dove entra nel movimento socialista.
  • E lì iniziano i primi problemi con le autorità prussiane.
  • Nel 1845 chiede un congedo e fa un viaggio in Italia.
  • Del 1847 invece è un soggiorno di ricerca in Francia.
  • Si trova a Berlino quando scoppia la rivoluzione del 1848.
  • Dopo una sconfitta subita dai rivoluzionari si dimette e va in clandestinità. Google traduce ‘pasar a la clandestinidad’ con ‘andarsene sottoterra’; per nostra fortuna l’originale è più chiaro, ci stava a prendere un coccolone. Ma proseguiamo. Per puro gusto nei successivi puntini lascerò la traduzione così come la trovo.
  • Poco dopo, le notizie della corsa all’oro californiana arrivarono in Germania.
  • Un collega gli affida la missione di scoprire se era un buon posto per fondare una colonia socialista utópica.
  • Parte da Southampton il 15 luglio 1850 e arriva a San Francisco dopo 71 giorni dalla rotta dell’istmo di Panama (il canale non esisteva ancora).
  • Durante il viaggio si ammala di febbre gialla e quando arriva in California contrae il colera e ruba tutti i suoi averi. [?] J
  • Cercato di sopravvivere per l’oro, ma ha trovato così ha finito per gettare la montagna, utilizzando tecniche di sopravvivenza apprese nella sua infanzia nelle foreste della Prussia Orientale. [?]
  • Dopo numerose avventure riceve denaro dai suoi compagni e 15 Aprile 1851 inizia la viaggio di ritorno in Germania.
  • Porta un messaggio positivo, dicendo che la Baia di San Francisco era il luogo ideale per fondare una colonia socialista, ma a quel punto i suoi compagni si erano scoraggiati e avevano abbandonato il progetto.
  • Dopo aver vagato per diversi anni in Europa, si stabilisce in Inghilterra nel 1857.
  • Allora ha 44 anni e decide di trasformare la sua vita per dedicarsi alla ricerca storica, in particolare per scrivere una storia della dinastia Tudor inglesa.
  • Ben presto si rende conto che una gran parte dei documenti relativi ai Tudor doveva essere trovata negli archivi spagnoli di quel tempo, principalmente l’Archivio Generale di Simancas, e decise di recarsi in Spagna per consultarli.
  • A quel tempo era molto raro che i ricercatori non spagnoli potevano consultare quegli archivi – il primo caso risaliva al 1844.
  • Il 20 agosto 1860 Bergenroth arriva a Simancas. Lo sponsorizza la rivista letteraria Ateneo, per la quale dovrebbe scrivere articoli provenienti da Spagna
  • Lo aiuta anche il Ministero degli Affari Esteri prussiano [commento nostro: e questo deve essere il Barone von Werthern già trovato, non ricordo più dove.]
  • Lui è la prima persona che studia la storia d’Inghilterra negli archivi di Simancas.
  • Trova numerosi documenti inediti, molti dei quali criptati. Riuscì a decifrare quasi tutte le chiavi spagnole del XV e XVI secolo.
  • Inizia a trascrivere e tradurre documenti che attirano l’attenzione del Maestro degli Rolls britannico, che si offre di pubblicare una raccolta di essi.
  • Il direttore dell’Archivio di Simancas resiste alle opere di Bergenroth e impedisce di copiare documenti criptati (aprile 1961). Forse perché Bergenroth era diventato l’unica persona vivente in grado di comprendere quei documenti riservati.
  • Bergenroth deve andare ripetutamente a Madrid per protestare contro le autorità e convincerle a consentirgli di continuare il suo lavoro.
  • In un’occasione il segretario della Royal Academy of History gli disse che il governo stava solo cercando di impedire che le “miserie della Spagna” venissero trasmesse.
  • Bergenroth si trasferisce a Barcellona per indagare nell’Archivio Generale della Corona di Aragona (settembre 1861).
  • Da lì torna a Londra per supervisionare la pubblicazione del primo volume della sua opera monumentale, il Calendario. Decide anche di cambiare il suo obiettivo, passando dai Tudor alla proiezione di una storia sull’Imperatore Carlo V.
  • Il Calendario fu pubblicato nella primavera del 1863 e gli diede un importante riconoscimento pubblico.
  • Oltre a continuare a indagare in Spagna, Bergenroth andò a Parigi, poiché gli Archivi dell’Impero contenevano documenti rubati dai francesi dall’Archivio di Simancas e mai restituiti.
  • Era anche a Bruxelles.
  • Nel 1866 fu pubblicato il secondo volume del calendario.
  • L’introduzione fu controversa e gli costò aspre critiche [non avevamo dubbi].
  • Dopo una deviazione attraverso la Prussia, dove visita sua madre, e Roma, torna a Simancas nel 1867. Lì trova la notizia che l’ex archivista è stato licenziato ma anche il nuovo non facilita il lavoro, a causa di ordini segreti da Madrid. J
  • Il ministro dei lavori pubblici dovette intervenire personalmente, e in un’udienza con la regina ottenne un ordine che eliminò definitivamente tutti gli impedimenti precedentemente piazzati su Bergenroth. [commento nostro: Evviva la Regina! Se abbiamo fatto bene i conti deve essere Isabella II di Spagna, della quale Storia dice un gran male ma chissenefrega!]
  • Ciò portò alla scoperta di molti nuovi documenti, nascosti fino ad allora, sebbene alcuni file risultino essere scomparsi. [Ahia!]
  • Nel marzo 1868 torna a Londra per supervisionare la pubblicazione di un volume extra del Calendario.
  • A novembre riparte per Parigi e da lì a Simancas. Quando arrivò si trovò affamato, il caos dovuto alla rivoluzione del 1868 e un’epidemia di tifo, da cui si ammalò. Si trasferì a Madrid ma non migliorò. Il 9 febbraio 1869 scrisse le sue ultime battute e il 13 febbraio morì poco prima di compiere 55 anni.
  • I rimanenti volumi del suo Calendario furono pubblicati postumi sotto la direzione di Pascual de Gayangos.
  • Il primo documento pubblicato in Ateneo è una lettera inviata dal diplomatico Pedro de Ayala ai Re Cattolici da Londra nel 1498, in cui ha raccontato la sua ambasciata in Scozia e, per inciso, ha dato una preziosa notizie sulle prime spedizioni in inglese di scoperta Nord America. [commento nostro: vada per Pedro ma deve essere lui, il nostro Diego. Ciao, Diego!]
  • Bergenroth fu il primo a trovare documenti che dimostrassero che fino a quel momento si chiamava Juana la Loca, figlia dei Re cattolici privati del trono di Castiglia, che era stata effettivamente vittima di una cospirazione.
  • Nel prossimo puntino vi è una sintetica (e in gran parte errata) ricostruzione operata da enciclopedia libre. Ma noi la copiamo dalla traduzione, così com’è, perché ci stiamo a divertire.
  • Sua madre, la regina Elisabetta, avrebbe diseredato perché non stava andando a messa o voluto confesarse. Suo padre, Fernando, nel 1506 convinse il marito, Filippo il Bello, per bloccare la sua a Tordesillas. Anni dopo, il figlio maggiore di Juana, Carlos, continuava a confinamento e ha ordinato il obligasen per ascoltare la Messa e la confessione con la tortura se essere necesario. Nel 1520 gli abitanti del villaggio la portarono fuori dalla schiavitù e ha voluto proclamare la regina, ma Joan ha rifiutato, sostenendo che ciò era contrario alle regole della Corona. Quando le truppe di Carlos riconquistarono Tordesillas, la riportarono in prigione.
  • Bergenroth [è sempre l’enciclopedia libre a parlare, occhio!] è stato anche il primo a dimostrare che tra il 1525 e il 1527 papa Clemente VII e protestanti hanno unito le forze e stavano per essere riconciliati, mosso da loro rivalità comune con l’imperatore Carlo V, che ha fatto tutto il possibile per evitare tale reconciliación.
  • Trovò anche un documento, di cui non poteva verificare l’autenticità, il quale affermava che Carlo d’Austria, primogenito di Filippo II, era stato giustiziato per ordine del proprio padre [il don Carlos già visto].

*

Ho voluto farvi leggere quanto trovato con i vostri occhi. Con pochi commenti. Il mio non è un comportamento ‘storico’? Già detto, non mi interessa. L’intenzione era far vedere cosa si scrive di lui in Inghilterra e cosa in Spagna.

A mio parere un motivo ci sarà, ancora nel terzo millennio. E noi ora?

Come possiamo chiudere il capitolo su di lui? Già detto – forse troppo – del crescente amore per questo rivoluzionario, avventuroso, acuto e generoso storico. Un vero matto. Per cui, in conclusione, vorremmo spezzare una lancia nei confronti di Espana. E chiudere con le stesse identiche parole con le quali l’enciclopedia libre decide di congedarsi da Bergeroth. Queste:

«A otto anni dalla scoperta delle complessità della politica europea del XVI secolo, Bergenroth afferma: “Purtroppo, non vi ho trovato nessun eroe”».

[1] Non possono essere considerati ingressi Don Carlos e Sebastiano. Che devono ringraziare la loro antenata Isabella D’Aviz. O meglio, chi di lei ha scritto che era matta.

[2] Farò uso degli apici di tanto in tanto, per rammentare il fatto che chi traduce è sempre Google, dall’inglese. O poi dallo spagnolo.

parola di Uma!

Qui di seguito l’integrale dell’Appendice in Spin-off 1993.
Pagg.177-191
Come ho già scritto nella Prefazione: nel caso, prendetevela con Lei.
Se Uma scrive (quasi) come parla non è colpa mia. M.A.C.

 

 

Nel seicento e oggi
a cura di Uma

 

Oggi non ci sono più
imperatori di sacri romani imperi. Perché non esiste più il sacro romano impero. Oggi ci sono altri imperi. E ci tengono assai assai a restare nascosti. Altro che pompe magne e incoronazioni! Sono bastardi però. E comandano più di Carlo cinque.

C’è ancora Mamma Chiesa
col suo stato vaticano. Più piccino come territorio, ma c’è.
E lei o lui ci tiene ancora molto ai segreti.
Uno degli ultimi papi si chiamava Giovanni Paolo uno. Dice che l’hanno fatto fuori con qualcosa dentro al cappuccino. Il parente del caffè, dico, non un frate. Questo Giovanni Paolo uno un bel giorno disse: “Dio è Madre!”. E lo disse a tutti. Poi schiattò, subito dopo. Non so se l’hanno ammazzato per davvero. Ma se l’hanno fatto deve essere stato per quello. Perché a dire una corbelleria del genere si deve essere come minimo Pazzi. Colla maiuscola. Ed è meglio sparire subito. In silenzio.

Oggi preti e suore
non si possono sposare. Come da dopo il 600. E così i monaci. E le monache. Già, perché Mamma Chiesa da secoli ha fatto progressi con la democrazia paritaria. Maschi e femmine paritari sono, almeno ai piani bassi. Però si può lottare anche per quelli alti, dice. E un giorno forse ci sarà una Papa femmina, dice. E io: ma accomodatevi, e buona lotta! Comunque se ci arrivano la devono chiamare Mama, no?

Qualche suora, però
si lamenta anche ai piani bassi. Perché non vengono prese molto in considerazione, come a quegli altri. Dice. E che vai cercando pure te, però! E che pretendi? Lo dovresti sapere ogni santo giorno e anche più di una volta al giorno, che ti sei data testa e piedi a un affare che scordò le femmine anche nel segno della croce. Padre, figlio e spirito santo, Amen. E la Mamma? Boh, sarà lo spirito santo!

Dicevo, non si possono sposare
I cattolici, però. Perché i protestanti invece sì. Infatti avevano iniziato a protestare anche per quello. Però certi preti cattolici, anche altissimi, hanno delle storie. Anche oggi. E qualcuna di queste storie è brutta assai. Con dentro bambine e poi bambini. Soprattutto i secondi. Ora che ci penso non sono solo i cattolici. Ci sono anche i pedofili protestanti. Io ne so qualcosa. Ho cominciato a scoprirla a Boston. Ma questa è meglio se ve la racconta Mac.[1]

Oggi non lo so
se ci sono principesse che a 15 anni vengono fatte salire su una nave dalla loro mamma per andare a sposare un tipo che non conoscono.
Oggi ci sono le spose bambine come quelle in India. O in Turchia. Oggi proprio come ieri. Non sono principesse. E però anche queste qua non conoscono ancora il marito. E chi le sposa non usa i guanti bianchi. Mica ci fanno firmare una postilla nel contratto come a Federico Gonzaga. I mariti di queste qui di oggi, che sono sempre molto più vecchi, ci vanno giù di brutto. E se la bimba è stata pure infibulata sono dolori seri. In qualche caso, morte. Ma questa dell’infibulazione (come pure quell’altra, l’escissione, che è pure peggio) è meglio se ve la dice Mac. Perché a me, solo al pensiero, mi fa male assai la fica.[2]

Oggi nel Mare Oceano
ci sono ancora tempeste, proprio come nel 600. Forse di più. Perché Mamma Natura nel frattempo si sta a incazzare. Però le navi oggi sono più moderne e corazzate. E abbiamo studiato la nautica proprio bene.

Oggi la schiavitù
è stata abolita, dice. Nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, per esempio. Tutta maiuscola. A me l’ha detto Mac. Insomma, ancora una volta, sulla carta. Quella Dichiarazione lì l’hanno scritta in Francia. Che si fa sempre bella. Oggi come nel 600. Per certe cose.

Oggi dentro navi
chiamate cargo, quelle coi containers, a volte ci salgono donne, bambini e poi bambine. Non proprio spontaneamente. Non per andare a sposarsi. E la loro mamma di questo fatto sa poco o niente. Oggi su certe navi (o anche aerei) donne, bambine e poi bambini ci salgono con i piedi oppure direttamente dentro al container. E stanno stretti stretti. Per una cosa moderna chiamata tratta.
Eh? No, la tratta di oggi non c’entra una mazza coi trattati. Che ci stavano nel 600 e ci stanno pure oggi. La tratta di oggi è una cosa brutta. Ed è un affare. Di miliardi di miliardi. Vendita di esseri umani la chiamano. Per schiavitù sessuale, dicono altri. Oppure peggio, traffico di organi interni. Perché anche la medicina come la nautica ha fatto progressi, nel frattempo. In tutti i casi, sempre di tratta si tratta. Brutta, brutta, brutta!

Le cortigiane fiamminghe
oggi non ci stanno più. Oggi ci stanno le escort. E io davvero su questo fatto non ho studiato molto. Queste qui non le conosco, giuro. Però dice che è un lavoro. E io ci credo. Con la penuria che c’è, stai a vedere che proprio io mando a casa una categoria di lavoratrici. A domicilio o anche no.
Oh, c’è pure chi sta a scrivere libri. Ma  proprio recenti recenti. E dice che non è un lavoro, no. Ma un vero e proprio incubo. E chi ha scritto il libro c’è passata. Storie di prima mano, insomma. Mac lo sta a leggere. Poi me lo passa, dice. Il libro di Rachel. Speriamo. Se no mi fa il riassunto, come al solito.[3]

Oggi ci stanno
gli anticoncezionali e si fanno meno figli. Almeno nel continente dove nel 600 c’era il sacro romano impero. Perché in altri posti della terra di figli se ne fanno un sacco sacchissimo. Non so se lì le mamme sono d’accordo. Giuro, non ho studiato. Però un pensiero ce l’ho e ora ve lo dico: ci sono posti della terra dove col sacro romano impero se la sono proprio legata al dito! Posti dove il senso del tempo non è proprio lo stesso come da noi in Europa. E possono aspettare pure secoli, quelli. Ma poi vengono, dice. E ce la fanno pagare a tutti, ma proprio tutti, la storia dei musulmani fatti fuori nel 600. Dice. E le mamme da quelle parti figliano molto, per mandare figli nella rivoluzione.

Tanto, se muoiono loro
c’hanno 72 vergini ad aspettarli, dice. Sto a parlare sempre di certi musulmani. Non tutti tutti i musulmani, logico. Solo certi. Cioè quelli che s’ammazzano nel mentre che stanno ad ammazzare altri. Che son sempre di più, logico. Perché loro s’ammazzano uno alla volta, però con un sacco di gente intorno. Lo fanno per risparmio. E poi è meglio se s’ammazzano in fila per uno. Perché le 72 vergini che si stanno a girare i pollici nell’attesa sono tutte per uno solo. E dov’è che aspettano quelle 72 tutte in fila per uno? In Paradiso. O insomma, se non è proprio il Paradiso di Adamo ed Eva, qualcosa che ci assomiglia. Non sono esperta in religioni. Però una cosa la so e ora ve la dico: quello che si fa saltare in aria chè tanto ci son le vergini ad aspettarlo sempre maschio è. Se invece è una femmina (e capita pure questo ogni tanto) io non lo so chi c’è ad aspettarla. Se c’è. Insomma, se oggi le femmine si fanno saltare in aria per senza niente. Non ho studiato.

I gemelli oggi
non li prendono mica come una sfiga, come pensava Mamma Isabella. Anzi, forse qualche mamma oggi – quando sa che sta ad aspettare due gemelli – è pure contenta, così si toglie due pensieri in una volta. Forse, eh! Non sono sicura sicura. Non ne so niente di figli. E dico due perché di solito sono due. The Twins. Come quei due che cantavano insieme. O come… lasciamo stare, se no mi riprende la tristezza. Se penso alle Torri.
Però i gemelli oggi possono essere di più. Ora mi documento e poi vi dico. Dipende da quella cosa che chiamano inseminazione artificiale. Se una mamma oggi non riesce a fare figli può chiedere aiuto alla cosa artificiale e quella è così generosa che la mamma finisce che ne fa pure cinque di figli, tutti in una volta. Parlo sempre di una mamma che oggi vive in un posto dove nel 600 c’era il sacro romano impero, eh! Più o meno. Perché costa, dice.
Ma io non ne so nulla, davvero. Di questa cosa artificiale. E altro non vi dico.

E se nasce una femmina?
Eh, nel 600 era una mezza sfiga. L’ho capito. Non solo per i nobili. Per la  legge del sale o anche mezzo sale. Che quando Mac me l’ha raccontata non sapevo se ridere o piangere. In tutti i casi sono schiattata.
Comunque oggi non è proprio così. Una femmina non è proprio una sfiga. Forse, eh! Oh, ti può pure capitare di sentire, come a me l’anno scorso (sì, insomma, voglio dire nel 1992, sto un po’ sfasata come tempi) una voce di femmina che spara a un pranzo di matrimonio: “auguri e figli maschi!”[4]
Meno male che c’è stato pure il regista Monicelli che ha fatto il film: “Speriamo che sia femmina!” Eh, oggi può capitare pure quello. Ci sono pensieri vari sui sessi nascituri. Meno male. Evviva la varietà!
Io per esempio sono contenta che zia Emma ha fatto Adrian. Che è un maschio, lo dice la parola stessa. Lei lo ha chiamato così perché zia ama molto Adriatico. Ed è stata felice felicissima. Fin dall’inizio. Però… io ora non posso farvela lunga, ma zia Emma tutto è meno che una fissata con i maschi. Ve lo posso proprio garantire.

A proposito di sessi
di persone che devono nascere. Oggi capita un’altra cosa ancora. E questo fatto qui lo sanno poche persone. A me l’ha detta Mac. E a lei l’hanno detta le statistiche. Che a me non piacciono per niente, ma fa niente.
Questa cosa qua sta accadendo dall’anno 1962. Insomma, quasi ieri, come Storia. Pare che da quell’anno le femmine nel mondo non sono più… l’altra metà del cielo e qualcosa in più. La frase vera vera e intera con dentro “metà del cielo” l’ha detta Mao. Dice. E sarebbe questa: “le donne portano sulle loro spalle la metà del cielo e devono conquistarselo”.
Mao Tse Tung è quel signore cinese che è stato chiamato il “Quattro volte grande”: Grande maestro, Grande capo, Grande comandante supremo, Grande timoniere. Eh! Sarà stato pure grande, ma in Cina non devono averlo imparato bene bene a questo Mao quattro volte grande.
Perché (anche questa l’ha scoperta Mac dalle statistiche, incrociate dice che si chiamano) questa inversione di tendenza (cioè più maschi che femmine in totale, dal 1962) la dobbiamo a un affare bruttissimo, chiamato aborto selettivo. E di questi aborti qua ne fanno assai assai in Cina.
E io: ma Mao mio Mao, non potevi starti zitto, meglio?

Se eri una donna
e non ti chiamavi Isabella Cattolica, nel 600 non potevi ereditare neanche un giardinetto. Perché c’era sempre quella legge del sale sparso dappertutto.
Però oggi ci stanno ancora posti, ma mica villaggetti, posti importanti, paesi di quelli che vanno pure a sedersi nelle nazioni unite dell’onu, dove se sei una donna non puoi neanche circolare colla bicicletta.
E allora nessuno te la regala e nessuno te la lascia in eredità, la bicicletta.
Chè tanto a che ti serve? Per cui figurati se puoi ereditare il giardinetto!
Beh, la logica fila come una mozzarella: che cavolo te lo lasciano a fare il giardinetto se poi non puoi andare manco a farci un giretto?

Nel 600 poteva capitare
come è capitato a Juana, che arrivava un nonno stronzo e ti rapiva il figlio. Anche piccolo piccolo. Perché doveva diventare re. Che forse – e dico forse – diventare re era pure una cosa bella.
Siccome i maschi dettavano legge su tutto, questo fatto del rapimento nel 600 sarà capitato anche nelle famiglie dove non c’era la possibilità di diventare re. Arrivava un maschio e ti rapiva il figlio. O la figlia. Pfuff! E mica potevi andare dalla polizia, come oggi!

Però pure oggi capitano
figli sottratti e figlie sottratte. Cioè presi e prese di peso e portati e portate via dalle loro mamme. Non nel senso di sottrazioni come quelle delle matematica, che io c’ho messo un sacco sacchissimo per farmela piacere. Tutto per colpa della Gufa.[5]
Dicevo sottrazioni alle loro mamme. Eh, succede anche oggi. Di tanto in tanto. Mica solo nel 600. E mica perché sono nobili e si devono sposare. Li sottraggono e stop. Può succedere che lo fanno certi papà. Insomma, i padri dei figli (o figlie). Che a volte non sono neanche padri sicuri sicuri. Solo presunti padri. Perché oggi se sei un padre vero lo puoi dimostrare solo col dna. Colle analisi e tutto. Nel 600 non so, non credo. Non c’era ancora il dna.
Le mamme invece, oggi come nel 600, sono sempre… sicure. Come si dice in latino: mater semper certa est. Questa me l’ha detta Valeria.[6] Perché io il latino non lo so. E insomma ….est!
Però le sottrazioni oggi le fanno a est come pure a ovest.

Infatti io so un fatto
e ora ve lo racconto. Una sottrazione di figli l’ha fatta pure il fondatore di Scientology contro la moglie, portandoseli a Cuba. Moglie che poi lo ha conciato per le feste. E un’altra sottrazione l’ha fatta anche quell’altro idiota di Scientology, Tom Cruise con Nicole, che dopo ha conciato anche lei per le feste a Tom.
Questo fatto lo so perché qualche giorno fa Mac m’ha fatto guardare un documentario su questa storia di Scientology. Mamma mia, io mi sono addormentata dopo quasi mezz’ora! Però, che storia!
Mac l’ha vista tutta tutta, invece. Perché l’aveva promesso a una Amica sua. Una importante. Non è famosa, ma è importante. Intanto per Mac. E trova sempre un sacco di notizie. Un sacco sacchissimo. E questa Amica di Mac si chiama Doriana Goracci. Mac la chiama l’Infaticabile blogger. Perché oggi si dice così: blogger. Per femmine e maschi, uguale.

Però mannaggia la miseria
non tutti i padri sottrattori vengono conciati per le feste dalle mogli/madri. Dopo. Come è successo agli scemi di Scientology.
Anche perché molti mariti/padri conciano per le feste le mogli/madri. Prima, durante o dopo la sottrazione. E “conciare per le feste” in questo caso si traduce con una parola nuova, brutta bruttissima: femminicidio.[7]

A proposito di dna
mi viene in mente una cosa. Nel 600 poteva pure capitare che una donna sposata veniva ripudiata se non riusciva a fare figli maschi. Soprattutto se era nobile o regina. Come successe a Caterina, la sorella di Juana.
Si dice così: ripudiata. Me l’ha detto Mac.
La parola ripudiata è parola quasi antica. Si potevano ripudiare le mogli e si poteva ripudiare il trono, insomma il regno. Perchè le donne e i regni erano tutte cose che i maschi possedevano e allora le potevano ripudiare, cioè mandare al diavolo, allontanare, rifiutare. Infatti – me l’ha detto sempre Mac – nella nostra Costituzione c’è scritto che “Italia ripudia la guerra”, perché prima Italia la possedeva e invece dal 1945 non la vuole possedere più. Dice.

Però oggi sappiamo
una cosa, grazie alla scienza. Che ha fatto progressi come la nautica. Una cosa piccoletta come un semino. Però importante. Pare che il sesso dei bambini (e pure delle bambine, logico) che nascono dipende dal papà. Cioè, dal seme del papà.
Pensa se questa cosa la sapevano pure nel 600! Quante donne, regine e non regine, non sarebbero state ripudiate! E quanti uomini, re e non re, si potevano risparmiare la fatica di ripudiare! E tutti gli altri intorno risparmiavano anche una guerra. Chè a quanto pare, sempre se ho capito bene, questo fatto da solo poteva scatenare una guerra, nel 600. Ma mi sa che quelli le scuse per fare una guerra ce le avevano sempre pronte.

Soraya, per esempio…
e questa è storia recente, è stata ripudiata anche lei. Perché non riusciva a fare  figli. Dice. Né maschi né femmine. La storia di Soraya è bella e triste. L’ho vista in un film. E bellissima e tristissima era pure lei, Soraya, come persona.
Lei è stata fatta regina nell’anno in cui sono stata fatta io, il 1967. Regina dell’Iran, per l’esattezza. In Iran a quel tempo non comandavano gli Aiatollà (non so se si scrive così) ma un re chiamato Scià. Dire che Soraya era ella è dire poco. Era stupenda. E questo Scià era innamorato assai assai. Infatti dicono che era triste tristissimo anche lui, nel giorno del ripudio. Triste e dispiaciuto. Mah! Sai che ti dico? Fanculo pure a te, mio caro triste Scià! Sciò!
Soraya dopo il ripudio ha ripreso a fare l’attrice. Però sempre triste triste.
Su wikipedia, che certe volte sgarra, ma le sa tutte, ho trovato scritto che a Soraya il paese Iran ha dato un premio. Pensa che fatica! Un Premio.
E come si chiama questo premio? Dama di Prima Classe dell’Ordine delle Pleiadi.
Mac mi ha detto chi erano queste Pleiadi. Anche la loro storia – che però forse è leggenda – è una storia triste. Però bella, quasi come Soraya. Nelle notti giuste la puoi vedere in cielo. La costellazione delle Pleiadi, dico. Non Soraya.

Sulle gravidanze
in generale io una cosa l’ho capita. E ora ve la dico. Nella storia questa faccenda delle gravidanze e dei parti era (e forse ancora è) molto seria. Capace che facevano le guerre, per una gravidanza! Ok, un’altra cosa l’ho capita e forse l’ho anche detta. Le scuse per fare una guerra le avevano sempre a portata di mano. Oltre a essere molto ignoranti. Ma proprio ignoranti terra terra, perchè ignoravano molte cose. Come quella del dna. Però questo fatto delle gravidanze era veramente “cruciale”. Cruciale nel senso di incroci di storie tremende tremendissime, come quelle di Juana Beltrana. E cruciale nel senso di croci vere e proprie da portare sulle spalle per le donne che dovevano figliare. Regine e non regine. Mamma mia bella!

La gravidanza per altri
Eh, quando Mac mi ha raccontato (proprio quando stava a scrivere) la storia di Juana Beltrana e del suo papà vero che era amico del suo papà falso, cioè il re… a me son partite un sacco di cose nella testa. Un sacco sacchissimo.
Per esempio, questa “gravidanza per altri”, questa di cui si parla tanto oggi, io mica l’ho capita bene. Quella che chiamano GPA, perché ora andiamo di fretta e usiamo le sigle dappertutto. Non ho ancora studiato quella moderna.
Ho capito un po’ quella del 600. Dove per altri se ne facevano che se ne facevano, di gravidanze! Altro che! Nel 600 si scambiavano molti favori. E qualche gravidanza per altri magari la storia neanche la sa. E se la sa non la dice.

Su questa storia delle gravidanze
le cose che ho capito ora le metto in fila.
Come prima cosa, nel 600 le donne se erano nobili dovevano fare figli e basta. Possibilmente maschi. Se invece non erano nobili, oltre a fare figli da mandare a lavorare da qualche parte (sempre maschi, possibilmente), dovevano lavorare anche loro, le donne. Per quei lavori che potevano fare le donne nel 600, logico. Questa è la prima cosa che ho capito.
Dovevano fare figli e basta. Se non erano femmine coi controcachi come Mamma Isabella. Figli possibilmente maschi, sempre. E sempre per quell’affare della legge del sale. Fare figli e basta. Subito dopo il parto… fatto? Grazie! Traaaaaaaà! E alla mamma sottraevano i figli (e le figlie pure) nel 600. Parlo sempre dei nobili. Perché quello dei figlioli non nobili era un altro destino. Ma sempre meglio quello dei maschi di quello delle femmine. Ok, i maschi oltre a lavorare dovevano fare anche la guerra. Ma non è che le femmine se la passavano bene. Anzi!

Le vere case chiuse
Per i nobili le sottrazioni del 600 avevano un copione quasi fisso. Se non li mandavano lontano lontano, com’è successo a Juana, i figlioli li portavano subito in una stanza accanto. Dove le femmine non potevano entrare.
E in quella stanza chiusa c’era quasi sempre un Papà, un Prete o un Pensatore. Come è successo a Carlo cinque bastardo.
Ecco, ho trovato una sigla pure per il 600: Gravidanze PPP. Quelle erano le vere case chiuse! Altro che Casini o Conventi o Castelli. Destinati alle Femmine.
Lo devo dire a Mac. So che lei si diverte con le sigle. Ha chiamato IsabellaP (dove la P sta per Portogallo) la nonna e IsabellaC (dove la C sta per Cattolica) la mamma di Juana. Figurati! Io con Gravidanze PPP la batto. Per non parlare di Destini CCC.

Qualche volta, sempre nel 600
e sempre se erano nobili, le donne riuscivano a salvarsi da questa storia di dover fare figli e figli. E prima ancora sposarsi, una e due e tre volte. Però per salvarsi dovevano farsi suore. E questo non sempre era possibile. Anche perché le facevano sposare proprio piccole, chè forse loro non lo sapevano neanche che esistevano i conventi. Conventi che poi non dovevano essere tutta ‘sta allegria, però… chissà! Non ho studiato.

La Monaca di Monza
per esempio io me la ricordo vagamente. Cioè, mi ricordo la sua storia. Cioè, quella raccontata nei Promessi Sposi che ci facevano studiare obbligatori a scuola. Mamma mia, altra sfigata! E no, non doveva essere una passeggiata neanche quella nei Conventi o Monasteri. Tranne casi rari rarissimi, dove forse le monache e le suore se la spassavano, però zitte zitte. Casi che non si conoscono. E forse è meglio così.

Oggi sono molte meno
le suore o anche le monache. Rispetto al 600. Meno come numero, dico. Però pare che, oggi, se si fanno suore o monache è perché lo vogliono per davvero. Per cui dovremmo dire che oggi sono di più rispetto al 600, perché sono vere. Però… non so, veramente. Mi dispiace.
Io conosco qualche monaca, ma non basta per fare statistica. Ne conosco sì. E quelle che conosco io si chiamano Benedettine. Ragazze mie, donne di potere coi controcachi! Zitte zitte, ma di potere. E secondo me si divertono pure.
Poi ci sono quelle che vanno in Africa. O Centramerica. Però, neanche queste bastano per la statistica. E neanche lì ho studiato.

Dice che Mamma Teresa
non era poi la stinca di santa che scrivono tutti. Mi riferisco a quella di Calcutta. Che è morta da poco. Non a quella di Avila. Che io non lo so se era Mamma. O Madre. Come dicono di quest’altra. E poi quella di Avila è morta nel 600. A lei l’hanno già fatta santa. Quella di Calcutta non lo so.
Ma io non mi pronuncio neanche su di lei. Su quella di Calcutta. Perché se una cosa non la tocco con la mia mano mica ci credo. Proprio come san Tommaso. Che neanche so perché sto a dire così. Sì, lo so, Tommaso è quello del costato. Me l’hanno raccontata la storiella. Però… lo vedi quante cose non so? E tu? Ci credi veramente alla faccenda di Tommaso? Lasciamo stare. Se no riattacco con la storiella del Figliol prodigo e di quanto… sì, insomma, se mai fosse vera, oh quant’è stronza ma stronza forte come storia, quella!

I titoli nobiliari
in Italia sono stati aboliti. Voglio cambiare argomento, se no continuo a pensare al figliol prodigo. Aboliti dopo una cosa chiamata Resistenza. E l’hanno messo per iscritto in una cosa chiamata Costituzione. Me l’ha detto Mac. Questo in Italia. In altri posti non lo so. Però in Italia ogni tanto vedi circolare un principe o una principessa, un conte o una contessa. Italiano o italiana. Per dire, in televisione. Boh!

I Cavalieri però
ci sono anche oggi. Sempre in Italia, dico. Non sono come quelli del 600, però ci sono. Cavalieri senza cavallo, ma con le medaglie e tutto. Ma davvero! Una medaglia ce la diedero pure a Berlusconi. Quello del mafioso Mangano e del mafioso Dell’Utri. È stato lo Stato Italiano a darci la medaglia. Infatti lo chiamano Cavaliere apposta. Anche ora che è da mo’ che è stato condannato pure lui. Anzi, dice che siccome è Cavaliere… quel che è stato è stato, e scurdammoce ‘o passato, trallallero trallallà.
E una Corte Europea (non una Corte di nobili, quella di Giustizia) proprio in questi giorni (io sto a scrivere che è novembre 2017) sta a guardare carte per vedere se si può perdonare quel fatto, a Berlusconi. E insomma “riabilitare” è la parola giusta. Perché vuole tornare a cavalcare, dice.
Sempre se non muore, nel frattempo.[8]

Però, a Beltrana
ora che ci penso (e voglio cambiare di nuovo argomento perché a me Berlusconi mi sta antipatico forte) fecero la proposta di matrimonio quando stava nel convento. E allora? Boh! Forse quello che ho scritto prima me lo devo rimangiare?
Forse che in casi speciali come il suo, mannaggia, poteva arrivare una proposta anche nel convento? O forse Beltrana non aveva ancora preso i voti voti? I voti quelli giusti? Lo devo dire a Mac. Così indaga, la Scerloccolms mia. Sempre se ci stanno le carte, eh! E se no, ciccia!

Suore o non suore
dice che oggi per le donne è tutta un’altra storia. Diversa dal 600. Nelle società occidentali c’è l’emancipazione delle donne. E c’è il femminismo. Anzi, il secondo, forse perché maschio come parola, non lo so, ogni tanto ci sputa sopra, all’emancipazione. Che è femmina in tutto e per tutto. Valeria mi ha spiegato ogni cosa. Dice che il femminismo questo fatto di sputare in faccia a emancipazione lo fa perché la parola emancipatio era una cosa latina. Una specie di schifezzetta, robetta di seconda mano, che andava bene per gli schiavi. Una cosa ancora troppo legata alla manus del padrone. Dalla quale mano tu ti dovevi levare o sollevare. E non è una cosa moderna come femminismo. Invece liberazione è molto più bella di emancipazione. Mah, sarà.
Mac mi ha detto che ama assai a emancipazione. E già solo questo mi dice che deve essere una cosa giusta. Perché io a Mac ci credo quasi a scatola schiusa. E poi questa storia di emancipazione la riesco a capire e vedere subito, rispetto a quell’altra.

Emancipate, poi…
è una parola! Sia chiaro, io ne conosco tante di donne emancipate, che però non sono libere di cervello. Oh, quante! Donne che hanno soldi, carriera, posizione. E ogni tanto vanno anche al cinema o viaggiano da sole, pensa! E però si devono liberare di molte cose, nel cervello.
Certo, su un fatto non si discute: prima ti devi emancipare.
Sì, insomma, devi riuscire a stare sulle tue gambe. Da sola!

A proposito di gambe
Mac una volta mi ha raccontato una storiella interessante. Lei è fissata con l’etimologia, che sarebbe da dove è che partono le parole. Qualche anno fa si è messa a studiare il perché e il percome si dice “celibe” e si dice “nubile”. Per dire di una persona che non è sposata. Intanto pare che fino a un centinaio di anni fa la parola celibe la usavano sia per i maschi sia per le femmine. Mac ha trovato un documento che è stato trovato nella città tedesca di Aquisgrana. I tedeschi, sempre loro, però! Beh, lo volete sapere il significato di celibe? Buono per maschi e buono per femmine fino a 100 anni fa? Significa “capace di stare su una gamba sola”. Ecco che significa!
Invece nubile, inventato apposta per le femmine, è una parola che viene sempre da questo benedetto latino, e significa sposabile. Ma vi rendete conto?
Anche sulla mia carta di identità c’era scritto nubile, nel posto dove si scrive lo stato civile. Ma quale stato, dico io? Ma sposabile a chi? Ma va va! Come se… un maschio è una grande cosa, se sta solo. Invece una femmina è una mezza cosa, un fiore ancora in fioritura, fino a quando non si sposa. Sposabile… ma va va!
Comunque oggi scrivono singolo. O singola. Oppure niente. Se non ti sposi. Se ti sposi poi scrivono coniugata o coniugato. Che significa una o uno che giura con un’altra o un altro. Mah! Poi, se per caso una o uno divorzia, non scrivono di nuovo singolo o singola. Ma libera o libero di stato. Capito? Come a dire: già dato! Ma va va! Comunque, anagrafe a parte, io sono libera e capace.
E se volete vi faccio pure le capriole, con una gamba sola.

A proposito di latino
e di parole strane. Strane perché interessanti. Strana è proprio un aggettivo bello, come ha scritto Mac. Lei ha fatto un’indagine anche sull’origine della parola ingenua. Al femminile. Parola proprio strana. Anzi questa è proprio da matti.
Sentite qua: pare che questa parola all’inizio della storia la usavano solo per le femmine. E solo dopo anni e anni l’hanno fatta diventare buona anche per i maschi. E secondo certi, sempre all’inizio della storia, dipendeva dal fatto di venire schiaffata nella gens. Che sarebbe una specie di famiglia speciale, per i latini. Secondo altri invece la parola ingenua dipende da un ginocchio. Proprio così. E significava: che sta sulle ginocchia del padre. Roba da matti. Comunque, non so a voi, ma a me questa storia di ingenua ha fatto venire in mente cose.

E oggi come nel 600
e prima, e dopo, ci sono donne che secondo me sono nate con un difetto. E questo difetto un po’ c’entra con ingenua e un po’ c’entra con affetto.
Per amore – o anche solo qualcosa che ci passa accanto – queste donne ancora oggi, come e forse più, e forse peggio (e dirò perché) che nel 600, sono disposte anche a farsi fare a fette. Per amore. Amore, poi… lasciamo stare. Come questa storia di “amore criminale”. Criminale, ok. Ma quale amore, dico io?
Poi, io sarò pure una che ragiona terra terra, però ora vi dico perché ho messo quel perché tra parentesi: secondo me oggi una donna che per ‘amore’ da un uomo (o anche da un’altra donna, non importa, è uguale) si fa passare sopra come tappetino, beh… se è una donna che vive in un paese come il nostro, un paese  dove c’è il diritto (anzi, il dovere) di studiare, beh, io sarò pure terra terra, ripeto, però un pochetto questa donna se la va anche a cercare. E basta così. Non voglio scrivere altro su questa storia di amori criminali. Chè già vedo e sento tante in giro. Parole e pensieri da far girare la testa, proprio. Meglio se mi sto zitta.

Però, Enrico otto…
ora che ci penso, mica ripudiò a Caterina per quel motivo esatto. Cioè perché non faceva figli maschi. D’accordo, Caterina era riuscita a fare solo Maria, cioè una femmina. Lo dice la parola stessa Maria.
Chè Enrico otto, solo per questo, ci fece passare un sacco di guai prima alla mamma e poi alla figlia. E la figlia, che non era mica scema, se la legò al dito e diventò pure Sanguinaria, tanto che s’era incazzata anche lei.
Enrico otto s’arrabbiò soprattutto perché papà suo lo aveva obbligato a sposare la vedova del fratello. Poi, certo, anche perché non aveva un figlio maschio. Cosa importantissima, nel 600. E Caterina, poverina, ci aveva pure provato. Ma niente, fece un figlio morto. Maschio, lo dice la parola stessa.
Enrico otto, la verità, la ripudiò un po’ perché lei era vecchia (non proprio vecchia vecchia, però più vecchia di lui sicuro) e non riusciva a fare altri figli, un po’ perché s’era incazzato col papà e poi perché aveva pronta una per fare figli nuovi. E mica una sola. Enrico otto in tutto ci provò con sei mogli e molte altre amanti, ma non ci riuscì e alla fine… ciccia! Guerre a gogò.

E a proposito di Enrico otto…
Mi sa che l’avete capito. Voglio cambiare di nuovo argomento. Non voglio più né scrivere né pensare di violenza e amori criminali e contorni vari. Basta!
Dicevo, Enrico otto. Eh! Nel bel mezzo dello studio su Juana Mac m’ha fatto vedere quella boiata dei “Tudors”. Lei ha retto per quattro puntate. Io per una e mezza. E volete sapere cosa mi aveva detto per convincermi a vederla? Eh, bella mia Mac, ora ti sgamo! Mi fa, la stronza: “dai, vediamolo insieme, c’è anche Ruta”.
Ora, Ruta di cognome fa Gemintas e a me piace una cifra, non solo come attrice. E Mac questo fatto lo sapeva bene.
Quando ho visto la parte che hanno dato a Ruta in quella boiata mi ha preso un accidenti. E mi si stava a stravolgere tutto l’immaginario. Chè per me l’immaginario cosa santa è! L’avrei strozzata a Mac, giuro! Ma veramente.
Per riprendermi e riportare ogni cosa al posto giusto sono andata a ripescare la prima stagione di “Lip Service” e me la sono guardata tutta. In una sola notte.
Comunque dopo un po’ è arrivata anche Mac. Abbiamo visto l’ultima puntata insieme. Poi mi ha chiesto perdono. Io l’ho perdonata. E siamo andate a letto.

Adesso Mac sta a leggere
il signor Berghenrotto, quello che scavò e trovò un sacco sacchissimo di documenti su Juana. Mah! Io mi sono un po’ stancata di starle appresso. A Mac ho detto che lo amo pure io. Non è proprio una bugia.
E vabbene, lo amo. Però a distanza. Perché mi sa che a leggere o anche solo sentire leggere i documenti del Berghenrotto mi cala forte forte il sonno.

A proposito di sonno
ieri ho fatto un sogno. Un po’ brutto e un po’ no.
In questo periodo (la faccenda intera intera dura da mesi) Mac sta a studiare quasi solo Juana e le altre femmine, e pure Carlo cinque.
Mi sa che nella mia testa giravano un sacco di cose. E allora forse ho fatto un sogno con tante storie mescolate dentro. Un sogno lungo. Quasi una favola. Ma sembrava vero. Un po’ ambientato nel 600 e un po’ nei giorni nostri. Ora ve lo racconto.
C’era una volta una ragazza di sedici anni. Con un nome bello, Emanuela. E anche lei, Emanuela, era bella. Almeno, nel mio sogno è bella. E sempre nel sogno lei cammina tranquilla tranquilla per le strade di Roma. Dalle parti di Trastevere. Quasi di fronte a Castel Sant’Angelo. È uscita da poco da una scuola di musica. Dove sta a studiare anche Juana. Nei sogni tutto è possibile. In quella scuola Emanuela e Juana, con altre donne, studiano la musica, il piano e altri strumenti musicali. E mentre Emanuela è lì che cammina tranquilla arrivano due loschi figuri vestiti come guardie svizzere. La prendono su e la schiaffano su una nave. Dici: com’è possibile? Nei sogni si può. La nave parte e va nel mare oceano. Nel frattempo la mamma di Emanuela vede che s’è fatto tardi. E lei sa che Emanuela è una figlia puntuale, garbata. La mamma si preoccupa e dopo un po’ – ma quasi notte – va dai Carabinieri. E con loro va da un Giudice. Ma il Giudice a casa non c’è perché è saltato in aria. Su un’altra nave, dove avevano messo una bomba grossa. Ora siamo su un molo. Ci sono un sacco di persone. A guardare da lontano la nave in fiamme. Io arrivo sul molo col fiatone e chiedo: è la nave di Emanuela? No, risponde uno, è quella del Giudice. Ah, meno male, faccio io. E nel sogno non mi vergogno neanche un po’. Ora che sto a scriverlo sì, parecchio. Sul molo nel frattempo arriva un corteo tutto fatto di auto blu. Da una macchina scende un Cavaliere e pure un cavallo. Come fa? Boh! Nei sogni si può. Però il Cavaliere ha la mascella storta come quella di Carlo cinque. Ci assomiglia un po’. Da un’altra macchina scende zia Margherita con un Banchiere. Il Cavaliere si avvicina, guarda zia Margherita e dice: ciao, bella gnocca! Zia Margherita non gli risponde neanche. Poi, sempre il Cavaliere, si rivolge al Banchiere: ma tu non dovevi andare a Londra? Qui la scena cambia e siamo a Londra, sotto un ponte. Dove passa la nave con dentro Emanuela. Che anche se è una nave grossa grossa anche la sua, riesce a passare sul Tamigi. Si può, nei sogni. Quando la nave arriva davanti al Big Ben, Emanuela si affaccia dalla battagliola e saluta. Sorride. Il Big Ben suona e lei sorride. Non si capisce bene chi è che sta a salutare. Ma saluta. È tranquilla. Serena. E io mentre sogno sono contenta. Per lei. Perché vedo che sorride. La nave dondola, dondola. E dondolando passa davanti a una casa con le finestre aperte. All’ultimo piano di un palazzo alto. Ma è alto anche il transatlantico. Emanuela guarda e vede che dentro la casa ci sono donne e uomini che ballano, con la musica alta, una musica brutta. Sono tutti vestiti male. A uno esce la pancia fuori dalla cinta dei pantaloni. Fumano. Si drogano sniffando la polverina bianca. E buttano in aria soldi. Tanti soldi. A Emanuela la scena non piace niente, però resta a guardare. Dopo un po’ al balcone s’affaccia un Cardinale, tutto vestito di rosso, compreso il cappello. E anche lui sta a contare soldi. Alza lo sguardo e quando vede Emanuela rientra dentro. Emanuela è infastidita. Non vuole più guardare. Nel frattempo il transatlantico continua a dondolare. Non so come fa, ma dondola, quasi una gondola. Guardo meglio e non è un transatlantico, ma una caravella. Come quelle di Cristoforo Colombo. Anzi più grande. E però dondola come una gondola. Tutto è possibile. E dondolando la nave arriva nel fossato di un Castello. Fossato pieno di acqua. Tanta tantissima acqua. Da una finestra del Castello si affaccia Juana. Appena vede Emanuela le sorride e la saluta: brava, ce l’hai fatta, sei arrivata anche tu, aspetta chè scendo ad aprirti. E scompare dalla finestra. A Emanuela torna il sorriso appena vede Juana. E la saluta anche lei. Anche se Juana non c’è più, perché è scesa ad aprire il portone. Emanuela continua a sorridere e a salutare verso la finestra vuota del Castello. Sempre dalla nave. Che dondola sempre. Dondola dondola. E niente, poi mi sono svegliata.[9]

Pi Esse
Io il latino non lo so. Però del latino mi piacciono un sacco di parole. Media, per esempio. Che tutti dicono midia, ma viene dal latino. Anche per gli americani. Me l’ha detto Valeria. E io coi media ho fatto anche un sacco di soldi, tra le altre. Ma questa è un’altra storia. Ve la racconta Mac.
La parola latina che mi piace di più di più sono due parole: post scriptum.
Che non vuol dire un posto dove scrivi. Ma qualcosa che scrivi dopo che hai scritto altro. A volte io post scriptum non lo scrivo tutto intero, ma solo P.S. E non è che sono l’unica, ma insomma, a me piace un sacco.

P.S.: cara Mac, io ci vado pure all’Alhambra. Che no, non l’ho ancora vista. Manco sulle cartoline. Però ci voglio andare con te. Anzi, facciamo così, tanto è di strada. Passiamoci prima di andare a Gibilterra, perché lì voglio vedere le scimmie, ricordi? E prima però, strada facendo, mi devi promettere una cosa. Passiamo da Marsiglia, per favore? E ci fermiamo almeno un paio di giorni, per favore? Devo vederla. Voglio vederla. Perché a me, che di francese non mi piace proprio niente, mi piace già Marsiglia, come prima cosa, anche se non l’ho ancora vista. E Marsiglia, sempre secondo me, ma questo già lo sai, coi francesi non c’entra proprio una mazza. Ciao. Ti voglio bene pure io. Un sacco sacchissimo. Uma


 

[1] NdA: Ah, il racconto è  lungo. Almeno sedici anni. Vi tocca leggerlo. Non posso fare una sintesi.

[2] NdA: passo.

[3] NdA: Rachel Moran è l’autrice di Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione. La casa editrice è la Round Robin. Basta cercare. Volendo. Come sempre. Come ha fatto Bergenroth con Juana.

[4] NdA: vedi “Un sacco di brindisi” in Sedici 1992.

[5] NdA: la faccenda di Matematica e una Gufa è lunghissima. Parte dal 1989 e ancora prima. E prosegue. Fino all’amore per un computer, passando per un’illusione ottica. Vi tocca partire dall’inizio.

[6] NdA: Valeria è un’amica romana di Uma. Laureata in Filosofia nel 1992 alla Sapienza. E nel 1993 ancora a spasso, come tante e tanti.

[7] NdA: Femminicidio è parola catalogata anche da Madama Treccani. E collocata a partire dalla metà degli anni novanta. In quanto parola. Come atto è in funzione dalla notte dei tempi. Perché è dalla notte dei tempi che esseri umani vengono fatti fuori solo per il fatto di essere femminili. Anzi (vedi pensierino di Uma su aborti selettivi) oggi grazie alla modernità il sesso può essere conosciuto in anticipo. Pertanto anche i femminicidi possono essere anticipati. Femminicidio, infine, lo diciamo per chi ancora è miscredente, si differenzia da omicidio per un motivo semplice semplicissimo, per dirla con Uma. Un motivo atroce e comprensibile da chiunque. Il secondo (omicidio) sta a indicare semplicemente  l’uccisione di un essere umano, mentre il primo (femminicidio) ci dice anche il motivo.

[8] NdA: tenere presente che queste riflessioni Uma me le ha consegnate a fine novembre 2017. Ora siamo al febbraio successivo e Berlusconi non è ancora morto, ma a capo di uno schieramento in vista delle elezioni politiche che si terranno il 4 marzo. Dell’anno di grazia (?) 2018,

[9] NdA: se fosse con noi oggi Emanuela Orlandi avrebbe 50 anni. Quasi la stessa età che Uma ha oggi. Uma che è nata un anno prima di lei. Uma che con me ha visto un film tempo fa. E forse lo ha scordato. O forse no. Lo ha solo incamerato. Come fa un po’ con tutto. Probabile che Uma sappia qualcosa della vera storia di Emanuela. Come altri ne sanno. E di più. Molto di più. Uma sa le cose in quanto le immagina, già detto. Altri invece sanno la verità in quanto artefici della sventura di Emanuela. E, di questi altri, alcuni sono ancora vivi. E vegeti. E potenti. In Vaticano.
Quanto a Uma mia, quando ho letto questo pezzo non le ho detto nulla. La lascerò nel suo sogno. Perché… i sogni vengono dal mare.

un regalo di ‘compleanno’

qui di seguito la Post-fazione a Spin-off 1993
che va integralmente in onda da oggi, 16 febbraio 2018.
En passant, giorno del mio sessantesimo compleanno.


Post-fazione
di Francesca Lamberti

 

MAC mi chiede un regalo ‘di compleanno’ e mi chiede un regalo mica da nulla. Una post-fazione, o pre-postilla, non è ben chiaro. In ogni caso qualcosa che viene dopo la lettura del libro e – come è sacrosanto che sia – invece che una prefazione (che in genere chi scrive redige senza aver neppure letto), in quanto è ‘post’, va più o meno in fondo, e ‘dopo’.

Mica da nulla, dicevamo. Ché la storia di Juana [de Trastámara], Giovanna [di Castiglia e d’Aragona], vulgo dicta “Giovanna la Pazza”, in qualsiasi rilettura dei personaggi, delle vicende, dei documenti, si voglia tentare, è un romanzo complesso, con piani e prospettive infinite.

E nel libro la nostra Juana non è l’unica figura importante.

C’è Carlo V, da cui tutta l’indagine prende il nome, l’Imperatore di quel Sacro Romano Impero su cui “non tramontava mai il sole”, epicentro di una serie di politiche dinastiche e, una volta raggiunta (a 15 anni) la maggiore età, a sua volta motore di eventi che cambieranno in parte il volto della Storia d’Europa (che già stava cambiando per via della scoperta delle Americhe e dello scisma fra Chiesa anglicana e cattolica).

C’è Isabella [“la Cattolica”], scaltra governante europea che usa la religione, l’Inquisizione e i figli (soprattutto le figlie) per i suoi obiettivi politici: ad esempio una volta ‘acquistato’ il Portogallo, attraverso matrimonio della prima figlia (“Isabellina”) con Manuel d’Aviz [Manuele I del Portogallo], scomparsa prematuramente la ragazza, avrebbe fatto sposare il portoghese (per non allontanare lui e i suoi possedimenti dalla sua sfera d’influenza – tanto più che il Portogallo aveva già creato guai per la sua ascesa al potere) con la quartogenita Maria [de Trastámara]. Il potere, anche in mani femminili, nel Rinascimento come oggi, sempre potere è: e se ancor oggi non sempre si accede a un modo ‘femminile’ di esercitarlo, alternativo a quello patriarcale, figurarsi nel Cinquecento.

C’è Filippo [il Bello], il cui unico ‘merito’ pare essere l’andare a caccia e a donne (di re viziosi la storia, quella con la “s” minuscola, è piena, e ne son pieni anche i racconti fantasy, si pensi soltanto a quel Robert Baratheon del Trono di Spade che muore avvinazzato per via di una caccia al cinghiale…).

C’è Margherita [d’Asburgo], che nella sua ‘distanza’ (o freddezza) mitteleuropea è l’emissaria ideale per le politiche (dinastiche e non) di Massimiliano I. E la galleria potrebbe continuare.

Cosa può dirsi di Juana? Moltissimo. Ragazzina dal carattere tutt’altro che sottomesso (a differenza, pare, delle sorelle, tutte casa, messa e maternità), nasce e cresce all’interno di una dinastia dove il casato e i territori su cui si regna sono trasmissibili anche per via femminile. Il suo ruolo (visto il carattere della madre, che non aveva esitato a mobilitare eserciti e inquisitori per raggiungere e puntellare il suo potere) predestinato è quello di pedina sullo scacchiere d’Europa.

Le politiche dei governanti dell’epoca – ed è costume già di Roma antica – si fondano spesso su alleanze matrimoniali e su discendenze dinastiche, oltre che su battaglie furiose e trattati di pace di breve durata. Le cronache (ci sarà un perché) nel caso di Juana come in quello di altre regine (non solo spagnole) parlano di matrimoni combinati, dove la sposa inizialmente non conosce chi le toccherà in sorte. Poi però s’innamora follemente del ‘principe consorte’ (quella che MAC definisce locura de amor).

A opinione di chi scrive, poiché questo non avviene invece nei matrimoni ‘combinati’ dell’antichità, dove di amore non si parla, e non si parlerà sino al sopraggiungere del Cristianesimo (ne sa qualcosa Paul Veyne, ad esempio…), lo spartiacque risiede proprio nella religione.

Il ‘romanzo d’amore’ tormentato della regina/principessa che soffre per l’atteggiamento ‘femminaro’ del partner, e si strugge anche da vedova (il più delle volte – MAC vede bene – per non dover risposarsi, ché anche in quel caso non avrebbe, lei, possibilità di scegliere qualcuno di suo gradimento), dev’essere in qualche modo collegato con quel risalto alle emozioni e alla fedeltà coniugale (femminile) materiata d’amore (e di vera locura, a parere di chi scrive) cui la Chiesa (cattolica) tiene in modo particolare. Cattolica perché le regine d’Inghilterra (da Anna Bolena in poi) vengon sospettate di adulterio e di incesto. Quelle dell’Europa continentale, invece, o sono particolarmente oculate e fortunate (come Margherita d’Asburgo) o vengono rinchiuse e sotto stretta sorveglianza (come Isabella o Giovanna) nel tempo della gravidanza: motivazione ufficiale è la ‘salute malferma’ della puerpera. Quelle ufficiose risiederanno da un lato nella necessità di evitare anche solo il sospetto di adulterio (e dunque di una discendenza illegittima del regnante), e da un altro in quella di evitare una suppositio partus (pratica nota sin dall’antichità): vale a dire che il neonato (magari nato morto) venga sostituito da un pupo sano e vitale di provenienza quale che sia, ma non regale.

Dunque Juana: nonostante l’anticonformismo e la naturale inclinazione alla ‘resilienza’, si arrende al desiderio materno che la coniuga a Filippo “il bello”, e anzi (stando alle cronache e ai gossip del tempo) si innamora perdutamente. Nel volgere di dieci anni partorisce sei figli e – poiché Filippo è biondo con gli occhi chiari e “figlio di buona mamma” (mi si perdoni il sessismo) – si strugge di gelosia. Saranno anzi le crisi e gli scatti d’ira a fornire il primo seme per la sospetta follia. Da terza in linea successoria al trono di Castiglia per la morte prematura di Isabellina e del fratello Giovanni, si ritrova prima. Nel testamento della madre è individuata come legittima erede al trono: non eserciterà mai, perché il padre Ferdinando (nominato reggente nello stesso testamento) si accorda (a Villafáfila) col “bel” Filippo (che evidentemente non solo a caccia e donne pensava ma anche alle sue “belle” brame di potere) per far dichiarare “folle” Juana e prendere nelle sue mani il potere. Morto Filippo, Giovanna viene rinchiusa (dopo un viaggio avventuroso) in un palazzo a Tordesillas, sotto stretta sorveglianza di emissari del padre (che intanto deve vedersela con la nobiltà locale, non tutta favorevole al suo regno). Dalle mani e dal controllo di Ferdinando la donna passerà poi, dopo la morte del padre, a quelle del figlio Carlo (V), che le è stato tolto bambino per essere educato dagli Asburgo e che come Asburgo e uomo di potere si comporterà verso di lei, perpetuando l’incarceramento e la sorveglianza. Anche la breve parentesi della rivolta dei comuneros non cambia le cose per Juana. La successione di alcuni eventi (e la datazione di alcune gravidanze) alla luce delle fonti è almeno equivoca. I dati essenziali però permangono. Il rapporto controverso, fatto di odi et amo, con la madre. La sua ribellione verso la religiosità mainstream. L’incarceramento a Tordesillas, fra il 1507 e il 1520. La visita di Carlo alla madre nel tardo 1517. I ‘centouno’ giorni di liberazione nel 1521. Il nuovo encarcelamiento che durerà sino alla morte di Juana nel 1558.

A fronte di dati e date permangono dubbi numerosissimi, nonostante (anzi, forse proprio grazie a) le ricerche di Bergenroth e la ‘rilettura’ di Hillebrand dei documenti messi in fila (e ‘decrittati’) dal primo.

Juana, in tutte le testimonianze rese su di lei dai sorveglianti e in tutte le relazioni sugli incontri con i figli, è descritta come donna consapevole e pacata, in grado di conversare normalmente e razionalmente. I suoi rifiuti di firmare o di ‘cedere’ il potere di cui formalmente era titolare, il suo insistere ad esempio sull’attendere la sepoltura del marito a Granada o la ennesima gravidanza, il portare con sé il feretro nelle sue peregrinazioni, possono esser letti come tentativi di ‘prendere tempo’ da parte di una donna che si vedeva circondata da manipolatori e fatta segno di informazioni depistanti volte a influenzarne le decisioni. Una donna che avrebbe potuto altresì essere usata in futuro per nuovi matrimoni con conseguente ‘confusione’ quanto a politiche dinastiche e alleanze fra potentati.

Il suo agire dunque (a parte vistose eccentricità come quella di un lungo – centinaia di chilometri – corteo funebre) non si discosta da quel temporeggiare che è la cifra di altre donne del suo tempo: Margherita d’Asburgo, la cognata, ad esempio dopo le prime nozze con Giovanni di Trastámara e le seconde con Filiberto II di Savoia, si ritira per un periodo in Savoia (a Bourg-en-Bresse) ufficialmente per ‘smaltire la vedovanza’, nei fatti per prender tempo ed evitare di risposarsi. Insomma, la ‘reclusione’, o il ‘ritiro’, se volontari, sono una strategia femminile per evitare che la ‘politica dei corpi’ del tempo (che le vede come ‘ventri’ da figli, o come pedine da spostare a piacimento sullo scacchiere delle alleanze) le manovri una volta di più. Non è escluso che Juana, dopo la morte del marito, ambisse a qualcosa di simile: un ‘ritiro’, una ‘sosta’ per smaltire il lutto e prendere tempo. Periodi di digiuno e di ascesi del resto non le erano ignoti (stando a fonti e gossip dell’epoca). La politica che si agitava sulla sua testa la costrinse invece a muoversi, fino a restare intrappolata. Appunto a Tordesillas.

La ‘rilettura’ della presunta follia di Juana non è nuova in letteratura. Già Bergenroth aveva avanzato notevoli dubbi sulla ‘versione ufficiale’ della locura. Altri hanno ripreso la storia dopo di lui.

MAC ne fornisce una reinterpretazione anticonformista, fatta di saliscendi fra genealogie, parentele, matrimoni fra parenti e affini (con connesse dispense papali), che non si stupisce delle morti premature (dovute sicuramente a tare genetiche derivanti dalle unioni fra consanguinei), degli adulterii, degli avvelenamenti. Fatta di momenti ‘distorsivi’ e a tratti grotteschi, che potrebbero generare confusione in chi non legge con attenzione: Carlo V ad esempio è chiamato “il Bastardo” (come epiteto connotativo), nonostante la sua nascita assolutamente ‘legittima’; il Cinquecento è per lei “il Seicento” (e qui uno storico vorrebbe gettare la spugna…); Isabella d’Aviz, la madre di Isabella “la Cattolica” e nonna di Juana (anche lei affetta da presunta locura), diventa Isabellona, e così via elencando.

L’enorme messe di stereotipi rinvenibile nelle fonti è messa in risalto con sapienza: è evidente che l’autrice si diverte nel farlo e diverte chi legge.

La vicenda, e le altre collegate (come ad esempio quella di Giovanna la Beltraneja, o quella delle diverse Giovanna d’Aragona), sono analizzate con uno sguardo sempre fortemente ironico, che si fa gioco delle versioni ufficiali della Storia e anche delle versioni romanzate.

Qualsiasi storico sa che – in presenza di molte fonti – la storia si ricostruisce selezionando quelle rilevanti, e interpretandole in un disegno coerente (cito un po’ a memoria da Eduard Carr, Sei lezioni sulla storia).

MAC se da un lato sa ‘come si fa’, dall’altro in alcuni casi preferisce ‘scomporre il puzzle’ lasciando al lettore (che è obbligato a leggere corredandosi di tavole genealogiche e ricorrendo costantemente alle voci enciclopediche o ai manuali di storia del Rinascimento) la libertà di ricomporlo a suo modo. Tenendosi anche i suoi dubbi, sia chiaro. Con una costante, però. Le donne (del Cinquecento), queste poverette, se avessero avuto la libertà di manovra e di parola consentita agli uomini, ben altro che folli si sarebbero rivelate. Gli scritti rimasti di loro pugno e le testimonianze sul loro conto (alcune solo fra le righe) lo documentano bene. Il loro agire, nella follia generale dei tempi, era ben più normale e orientato ai legami familiari e al sano rispetto di emozioni e di affetti (sia pur su uno sfondo di potere), di quanto i signori uomini (quelli di allora, ça va sans dire, quelli di allora) avrebbero mai potuto vantare.

 

 

Lecce, 11 febbraio 2018

Francesca Lamberti *

 

* N.D.A.:
Francesca è Professora Ordinaria di Diritto Romano e Diritti dell’Antichità presso l’Università del Salento.
Francesca è soprattutto – lo dico anche in riferimento a quel regalo di compleanno con cui esordisce – una mia Amica.
Francesca che mi conosce. E ha avuto, da par suo, notevole dose di Ironia nell’accettare la mia richiesta.
Il regalo è giunto con 5 giorni di anticipo. Eh, mica per dire io la chiamo Brigida Eccentrica Precisa. La ringrazio di cuore.
E ora… ok, si stampi.
Mac – 16 febbraio 2018.

 

le chiamano commedie

17 febbraio 1993. Ore 7 del mattino, circa.

Squilla il telefono di Paola. Non il cellulare, quello di casa. È un mercoledì. E lei è a Catania, già detto.

Squillò il cellulare e lei dormiva. Era mattiniera, ma non così tanto. E poi voleva festeggiare. Da sola, ma festeggiare. Con una bella dormita, tanto per iniziare. Continua a leggere