non costruiscono, scavano.

prima di leggere, chi può, faccia partire la musica.
è un ordine!

 

Qui sotto il testo integrale della Prefazione a Spin-off 1993 che sarà on line il 16 dicembre 2017.
Sono ancora indecisa sul titolo da dare al saggio.
Si dice così, saggio.
Un possibile titolo potrebbe essere:
“Carlo, Juana y Otras Locuras – Spin-off da Sedici 1993 su Carlo d’Asburgo, Giovanna I di Castiglia, altre Pazzie della Storia e… Gioconda Belli.”
Forse, nel frattempo, troverò titolo più corto.
Forse mi accontenterò di Spin-off 1993.
Forse.
M.A.C.

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Prefazione

 

Sedici 1993 è il quinto capitolo di un lungo racconto che parte dal 1989 e si concluderà nel 2005. Sedici anni esatti. E diciassette libri. Per trovarli basta andare su www.sedici.us

Sedici ha dentro molti personaggi.
I principali non sono storici, come si suol dire.

Uno di questi personaggi è Uma che, all’epoca dei fatti, ha 26 anni e in una stradina del centro storico di Catania nomina al volo Carlo V. O meglio… Carlo cinque.[1]

In effetti, lei ignora quasi tutto del famoso personaggio storico, per primo il fatto che non si chiamasse Carlo cinque.

Tuttavia, la frase pronunciata da Uma sotto forma di domanda com’è nel suo stile, contiene una perfetta verità.

Se è vero come è vero che a chiusura delle proprie memorie lo stesso Carlo V scriverà: la mia vita è stata solo un lungo viaggio.

Meno nota è la vicenda della Madre di Carlo d’Asburgo, Giovanna di Castiglia.

*

Questo spin-off nasce perché mi sono resa conto che quanto avevo voglia di scrivere non poteva essere costretto in un paio di note a margine. Spin-off è parola che gradisco tra i tanti neologismi moderni. È solitamente usata per le serie tv, quando dalla costola di una ne nasce un’altra. Ci sono anche spin-off aziendali, ma quella è un’altra storia. Di suo, il significato di spin-off è il seguente: prodotto o sviluppo vantaggioso, derivante in modo imprevisto da un’azione o una ricerca.

Pertanto, nel nostro caso, è perfettamente calzante.

Quanto ad assonanze all’italiana, poi, di spine la vicenda di Juana I de Castilla ne contiene veramente tante.

*

Uno degli intenti dichiarati dell’opera Sedici è di provare a scrivere almeno una parte di ciò che altrimenti resterebbe nascosto nelle pieghe del seno del tempo.

L’intento guarda essenzialmente alle vite dei nostri protagonisti, che non sono storici, ma hanno delle storie.

Qui e là nei vari capitoli, per ogni anno dal 1989 al 2005, mi capita di fare cenno a eventi per così dire pubblici, coinvolgenti Capi di Stato o altri personaggi famosi. Eventi quasi sempre contemporanei alle vicende private narrate.

Questa è la prima volta che mi parte uno spin-off.
Che arriva dritto dritto nel Seicento.[2]
Non escludo che ne possano partire altri.
Mi conosco abbastanza.

*

La vicenda di Carlo d’Asburgo, più noto come Carlo V, ha fama spropositata, in gran parte immeritata per quanto ha realmente compiuto.

Conoscerla però può servire per comprendere di che materiale sono fatte le fondamenta della Storia. Con la maiuscola.

Chiudete gli occhi.

Immaginatela come una città fortificata dove i pilastri portanti sono costituiti da esseri umani. Visto che sono umani, detti pilastri di tanto in tanto sono soggetti a umori e sentimenti vari. O anche solo salute precaria.

Occorre maestria per gestire un tale tipo di ingegneria.

Bisogna avere cura nella scelta dei pilastri, provvedere all’eliminazione veloce degli stessi se difettosi, sostituendoli altrettanto velocemente con manufatti più sicuri e duraturi.

Poiché parliamo di esseri umani destinati alla Storia, le opere di ingegneria vengono progettate per tempo, in doveroso anticipo rispetto a esseri umani delle storie di ogni giorno.

Per tempo e a volte di notte, o comunque al buio, per preservare la loro erezione (parlo sempre dei pilastri) da occhi e/o giudizi che potrebbero farli crollare.

Una volta che l’edificio è bello e fatto, anche il racconto della Storia, da tomi giganteschi d’Accademia a riassunti per scuole elementari, soggiace alle medesime regole di ingegneria.

*

Da qualche tempo, non sapremmo dire di preciso da quando, esseri umani ambosesso svolgono la loro professione di storici e storiche in modo alquanto strano.

Non costruiscono, scavano.

Non edificano con materiale di riporto. Non si accontentano.

Qualcuno, per operazioni di scavo dichiarate abusive, ha rischiato di essere radiato dall’albo degli ingegneri della Storia.

Ma loro niente, continuano a scavare.

E il bello è che sono in aumento.

Chi sa, forse in un giorno non lontano, anche le Accademie, anche le scuole di ogni ordine e grado si accorgeranno del loro lavoro. E toccherà riscrivere la Storia.

*

Per quanto riguarda la Madre di Carlo d’Asburgo gli scavi sono recentissimi. In fondo, cosa sono 150 anni nella Storia?

Comunque, se non recenti – sono datati a partire dal 1868 – detti studi devono essere ostici, perché quasi nessuno se li fila.

Soprattutto nella divulgazione storica scolastica, che è quella che più plasma le menti. E dove ancora oggi… tutti a dire Giovanna la Pazza. Del resto, di cosa ci meravigliamo se persino la Treccani, e persino dopo aver detto la verità su una serie di fatti e misfatti, continua a catalogare la nostra come Giovanna la Pazza? Infatti così la trovate intitolata in Treccani, non come Giovanna di Castiglia, ancorchè detta… eccetera.

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gli occhi di Juana in un dipinto di cui ancora non conosco l’autore. p.s.: ore 21 circa del 27 ottobre. grazie a Silvia Santarelli ora lo so: si chiama Master of Affligen, è un olandese e il dipinto si trova nei Musei Reali del Belgio.

 

Ma dicevamo degli scavi ottocenteschi.

I primi sono, guarda un po’, tedeschi.

Già, per nostra fortuna, Germania ha sfornato mille bellezze. In storia, musica e altre belle arti. Mille e più di mille. Non solo Lanzichenecchi. Ci va di nominarlo, il primo tedesco, che è un uomo. Grazie, ancora grazie perché lo merita di cuore. Grazie al dottor Bergenroth. Che scava su Juana. Il dottor Hillebrand segue a ruota con un saggio critico sugli scavi. Entrambi vissuti intorno alla metà dell’800. Entrambi simpatizzanti dei moti rivoluzionari dell’epoca. Entrambi in esilio per motivi vari.

Bergenroth, dicevo, è colui che scava. E muore a Madrid.

Hillebrand, invece, muore a Firenze. Dove vive a lungo.

A portare Bergenroth in giro a scavare in Archivi e poi Conventi? Tanta passione per le verità nascoste, certo. Anche un po’ di soldi, però. Pertanto rendiamo grazie anche a un Barone, tedesco anche lui, prussiano per la precisione, pare fosse Werthern il cognome, pertanto stirpe Hohenzollern. Ma sì, hanno fatto cose ottime anche loro. Non solo castelli bellissimi sui cocuzzoli. Se poi dovessimo scoprire che il barone in questione, oltre che Ministro di Stato, era anche parente di Louise Cecilia von Wethern, per noi il cerchio si chiude.

*

Pare che all’inizio Bergenroth sia andato a Londra a studiare (leggi, scavare per scovare verità) la casata dei Tudor. Poi, un documento tira l’altro, è finito a Madrid. Già, la Storia vera, per chi ci sa fare e vuole, può essere come un paniere di ciliegie. Una tira l’altra. A due condizioni, entrambe indispensabili: 1) che se ne abbia voglia e 2) che restino un tot di documenti e testimonianze in giro.

Il nome di Hillebrand è più conosciuto da noi non solo perché è vissuto in Italia, ma perché nel 1986 – ripeto, 1986, pertanto la parola recentissimi non è del tutto errata per ciò che concerne la traduzione italiana – la casa editrice Sellerio (retta da una donna, eh scusate non sono io che son fissata, è la realtà) ha stampato finalmente in italiano il saggio dove Hillebrand nel 1869 – che bell’anagramma numerico… – giunge a conclusioni in parte simili a quelle di Bergenroth, sulla base dei 104 documenti ritrovati da costui su Giovanna di Castiglia.

Quanto al titolo del saggio di Hillebrand, l’italiano Un enigma della storia è identico a quello dell’originale.

Solo che l’originale: 1) la fa un po’ più lunga e 2) viene stampato a Parigi, per cui enigma diventa sostantivo femminile. E che sostanza!

Il titolo originale eccolo qui: Une ènigme de l’histoire. La captivité de Jeanne la Folle d’après des documents nouveaux.

Potremmo concludere che, poiché i libretti Sellerio, almeno per ciò che concerne il formato, son veramente piccini, un titolo ristretto ci sta. Però c’è anche da dire che, se poco poco nel 1986 a Palermo avessero editato un titolo con dentro le parole “documenti nuovi” avrebbero suscitato ilarità in giro per il Mondo. Ok, non sottilizziamo. Andiamo al sodo.

Giovanna non era Pazza, no.

E il suo è stato molto di più di un sacrificio sull’altare della ragion di Stato. Parola di storici testardi e rivoluzionari.

*

Per carità, ancora c’è chi campa e campa benissimo – col titolo non sappiamo quanto accademico di storico/a – su storielle propinate da Storia ufficiale, Almanacchi regi e telefoni senza fili durati 500 anni.

Parliamo anche di film (finanziati da Ministeri della Cultura… ohi!) come di opere teatrali come ancora romanzi storici o sedicenti tali. Ancora un bel fiorire di Giovanne Pazze in giro.

Non ci va di fare nomi, che sono maschili e sono femminili, non vogliamo infierire. Basta dare un’occhiata in giro. E dire che si tratta anche di case editrici alquanto serie.

Ma sì, archiviamo il tutto con la voglia di tener vivo il sacro fuoco della leggenda più meno colorita. Se poi la pazzia in ballo è anche una… locura de amor – dai contorni molto simili a certe telenovelas in auge in Spagna come in Italia – allora la leggenda può durare ancora chissà per quanto.

Per fortuna, c’è chi scava per davvero.

*

Noi in prima persona non abbiamo tale ambizione.

Qui ci stiamo solo a divertire – dal latino divertere – tra un passo e l’altro di una piccola storia lunga solo sedici anni.

Il fatto è che ci piacciono gli intrecci con al centro sentimenti e relazioni tra esseri umani. Ambosesso. E già nel nostro piccolo scriviamo di fatti realmente accaduti, ma che non sono stati detti. E pertanto, se non venissero almeno scritti, resterebbero nascosti. Come mai esistiti.

Tornando allo spin-off, tutto è partito dalla battuta di Uma. Che mi ha intrigato molto. Probabile che qualcosa covasse già dentro di me, perché degli sterminati meandri nascosti nella vicenda targata Carlo V il più occultato concerneva, neanche a dirlo, sua Madre.

Ci tengo a ribadire che il presente testo non ha alcuna pretesa divulgativa, ancor meno didattica.

Non sono una scrittrice, figuriamoci una storica.

Prima ho scritto che mi diverto. È vero, anche se di tanto in tanto può capitare che m’arrabbi. E per davvero.

Infatti, poiché non pensa di finire su banchi di scuole elementari, questo scritto si concederà anche lussi di volgarità, o insomma, di ciò che passa sotto il termine di parolacce.

A parte questo, ripeto, nessuna pretesa.

*

Resta il fatto che la Storia dei libri accreditati non solo non è mai tutta la storia, ma contiene molte deliberate falsità.

Da questo punto di vista la vicenda di un uomo che è stato anche Imperatore del Sacro Romano Impero, e ancor più quella di una donna che è stata anche Regina di Spagna, almeno sulle carte e fino alla sua morte, sono emblematiche.

Del resto, di Pazzie del terzo tipo come quella di Juana la Loca la Storia ne semina a profusione. Fino ai giorni nostri.

E questo è niente: ancora oggi e dove meno te lo aspetti, forse evocati dalla potenza di un epiteto, volteggiano stormi di Giovanne Pazze da restare quasi sconvolte, per quante sono.

Gioconda Belli, invece, è una scrittrice nicaraguense che sta per compiere 70 anni. Il motivo per il quale l’ho inserita si scoprirà leggendo.

Infine, corre l’obbligo all’autrice precisare quanto segue.

Man mano che procedevo nello studio, questo scritto assumeva sempre più un aspetto critico. Mi spiego. Una sorta di saggio critico del saggio critico (ossia quell’Enigma della Storia scritto da Hillebrand nel 1869). Se non vale per questo scritto il sostantivo saggio, varrà certamente l’aggettivo critico, in quanto mi ritroverò a criticare moltissimo Hillebrand e le sue parole, che restano parole dell’800. Ma pur sempre parole di uno storico.

Non è tutto. La pletora di produzioni sembrava non avere fine e alla fine di ottobre 2017 mi vedevo costretta a dichiarare uno stop deciso. In quanto questo Spin-off, nel giorno di venerdì 27 ottobre 2017 dà alla luce a sua volta un altro spin-off , che trovate in Appendice.

E non è tutto. In corso d’opera chiedo a Uma di curare personalmente il capitolo Nel Seicento e oggi.[3]

Anch’esso in Appendice. Uma che, come ho già detto, nel 1993 aveva 26 anni, fate i conti da sole. La faccenda è andata così: durante lo studio su Juana ogni tanto Uma spuntava alle mie spalle a dire… mi stanno venendo cose! …mi stanno venendo cose! Una rottura d’ovaie continua, credetemi. Così alla fine le ho detto: metti il culo sulla sedia e scrivi! Con parole tue, ma scrivi! Per cui, nel caso, prendetevela con Lei. Se scrive (quasi) come parla non è colpa mia. Io mi sono limitata alla redazione di qualche nota a margine, lì dove l’ho reputato necessario.

E non è tutto. Perché, sempre in corso d’opera, non paga di quanto trovato nel saggio critico di Hillebrand, sono riuscita ad avere tra le mani, virtualmente, gli originali di Bergenroth. In inglese… io che non conosco le lingue. E non è escluso che si proceda ad un ampliamento della suddetta ricerca, in collaborazione con un’amica che sta a Londra. Ed è abbastanza matta anche lei.

Infine, una notazione di carattere editoriale. Questo scritto al momento non viene stampato, perché ho meno pecunia del poverissimo Bergenroth e nessun Barone o anche Baronessa accanto. Un vantaggio su di loro ce l’ho e lo sfrutto. Vivo nel terzo millennio e farò un ebook, così accontento la mia anima ecologista. Di necessità virtù, oppure… la volpe che non arriva, fate vobis. Comunque qui dichiaro, e che resti scritto, sia pure virtualmente, che se qualcuna volesse trarre spunti per una Tesi di Laurea in Storia Moderna, io non la denuncerò. Anzi.

Oh, dimenticavo: gli ebook saranno due. Uno un pochetto più pesante dell’altro. Per facilitare il download di chi non ha connessione velocissima un ebook sarà senza immagini. Già, perché nel frattempo è cresciuta in me la voglia di inserire immagini. Non potendo farlo accompagnare dalla musica, devo accontentarmi di altre arti. E il pdf con le immagini è decisamente pesante. Buona lettura.

Milena A. Carone – dicembre 2017

 

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[1] Estraggo da Mi piace Catania in ‘Sedici 1993’:

Si ritrovano in perfetto orario davanti a un muro alto e antico. Il gruppo delle sei donne ha percorso un tortuoso tragitto nel quale più volte davanti agli occhi di Uma era comparso un nome di uomo che le era molto caro. Nome seguito però da numero romano, altrimenti detto cinque. Uma non ha mai studiato molto nella sua vita. E La Storia più o meno antica, fatta quasi sempre di guerre più o meno uguali, non l’ha mai affascinata. Qualcosa immagina. E pure, davanti al muro alto e antico, con sopra l’ennesima scritta in marrone, che le riporta alla mente per l’ennesima volta scritte più o meno uguali rimirate nella sua città natale Lecce, non riesce a trattenersi e formula l’ennesima domanda non domanda: ma questo Carlo cinque andava sempre in giro?

[2] A questo punto corre l’obbligo di raccontare quanto segue. Anche per far comprendere a chi legge quanto la sottoscritta sia una persona “studiosa”. Fino a circa un quarto del mio studio su Juana, ero convinta (e infatti così scrivevo) di avere a che fare col… Seicento. Pertanto, se n’è convinta anche Uma, che dei miei studi era pura spettatrice. Quando mi sono resa conto che Carlo e Giovanna sono personaggi del Cinquecento m’è preso un colpo. E stavo iniziando a correggere come una matta. Uma mi ha dato uno spintone e ha detto, testuale: Lascia fare, lascia scritto Seicento. E anche il titolo mio lo voglio così, perché a me mi piace di più… la Seicento!
Mi sono fatta una risata e, per ringraziarla di avermi donato ennesima Ironia in uno studio che mi stava squassando il fegato, ho rispettato la volontà di Uma. Per cui, abbiate pazienza, se trovate scritto Seicento nel mio scritto, sta per Cinquecento. E alla sottoscritta, sia detto fra noi, piace assai la Cinquecento. La vecchia e la nuova.

[3] Vedi nota precedente.