non costruiscono, scavano.

prima di leggere, chi può, faccia partire la musica.
è un ordine!

 

Qui sotto il testo integrale della Prefazione a Spin-off 1993
Che sarà on line il 16 febbraio 2018. (speriamo).
Riveduta e corretta dopo aver scalato la montagna Bergenroth.
Scusate il ritardo, ma il motivo c’è ed è molto bello.

M.A.C.

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Prefazione

 

Sedici 1993 è il quinto capitolo di un lungo racconto che parte dal 1989 e si concluderà nel 2005. Sedici anni esatti. E diciassette libri. Per trovarli basta andare su www.sedici.us

Sedici ha dentro molti personaggi.
I principali non sono storici, come si suol dire.

Uno di questi personaggi è Uma che, all’epoca dei fatti, ha 26 anni e in una stradina del centro storico di Catania nomina al volo Carlo V. O meglio… Carlo cinque.[1]

In effetti, lei ignora quasi tutto del famoso personaggio storico, per primo il fatto che non si chiamasse Carlo cinque.

Tuttavia, la frase pronunciata da Uma sotto forma di domanda com’è nel suo stile, contiene una perfetta verità.

Se è vero come è vero che a chiusura delle proprie memorie lo stesso Carlo V scriverà: la mia vita è stata solo un lungo viaggio.

Meno nota è la vicenda della Madre di Carlo d’Asburgo, Giovanna di Castiglia.

*

Questo spin-off nasce perché mi sono resa conto che quanto avevo voglia di scrivere non poteva essere costretto in un paio di note a margine. Spin-off è parola che gradisco tra i tanti neologismi moderni. È solitamente usata per le serie tv, quando dalla costola di una ne nasce un’altra. Ci sono anche spin-off aziendali, ma quella è un’altra storia. Di suo, il significato di spin-off è il seguente: prodotto o sviluppo vantaggioso, derivante in modo imprevisto da un’azione o una ricerca.

Pertanto, nel nostro caso, è perfettamente calzante.

Quanto ad assonanze all’italiana, poi, di spine la vicenda di Juana I de Castilla ne contiene tante.

*

Uno degli intenti dichiarati dell’opera Sedici è di provare a scrivere almeno una parte di ciò che altrimenti resterebbe nascosto nelle pieghe del seno del tempo.

L’intento guarda essenzialmente alle vite dei nostri protagonisti, che non sono storici, ma hanno delle storie.

Qui e là nei vari capitoli, per ogni anno dal 1989 al 2005, mi capita di fare cenno a eventi per così dire pubblici, coinvolgenti Capi di Stato o altri personaggi famosi. Eventi quasi sempre contemporanei alle vicende private narrate.

Questa è la prima volta che mi parte uno spin-off.
Che arriva dritto dritto nel Seicento.[2]

Non escludo che ne possano partire altri.
Mi conosco.

La vicenda di Carlo d’Asburgo, più noto come Carlo V, ha fama spropositata, in gran parte immeritata per quanto ha realmente compiuto.

Conoscerla però può servire per comprendere di che materiale sono fatte le fondamenta della Storia. Con la maiuscola.

Chiudete gli occhi.

Immaginatela come una città fortificata dove i pilastri portanti sono costituiti da esseri umani. Visto che sono umani, detti pilastri di tanto in tanto sono soggetti a umori e sentimenti vari. O anche solo salute precaria.

Occorre maestria per gestire un tale tipo di ingegneria.

Bisogna avere cura nella scelta dei pilastri, provvedere all’eliminazione veloce degli stessi se difettosi, sostituendoli altrettanto velocemente con manufatti più sicuri e duraturi.

Poiché parliamo di esseri umani destinati alla Storia, le opere di ingegneria vengono progettate per tempo, in doveroso anticipo rispetto a esseri umani delle storie di ogni giorno.

Per tempo e a volte di notte, o comunque al buio, per preservare la loro erezione (parlo sempre dei pilastri) da occhi e/o giudizi che potrebbero farli crollare.

Una volta che l’edificio è bello e fatto, anche il racconto della Storia, da tomi giganteschi d’Accademia a riassunti per scuole elementari, soggiace alle medesime regole di ingegneria.

*

Da qualche tempo, non sapremmo dire di preciso da quando, esseri umani ambosesso svolgono la loro professione di storici e storiche in modo alquanto strano.

Non costruiscono, scavano.

Non edificano con materiale di riporto. Non si accontentano.

Qualcuno, per operazioni di scavo dichiarate abusive, ha rischiato di essere radiato dall’albo degli ingegneri della Storia.

Ma loro niente, continuano a scavare. E il bello è che sono in aumento. Chi sa, forse un giorno anche le Accademie, anche le scuole di ogni ordine e grado si accorgeranno del loro lavoro. E toccherà riscrivere la Storia.

Per quanto riguarda la Madre di Carlo d’Asburgo gli scavi sono recenti.

In fondo, cosa sono 150 anni nella Storia?

Comunque, se non recenti – sono datati a partire dal 1868 – detti studi devono essere ostici, perché quasi nessuno se li fila. Soprattutto nella divulgazione scolastica, che è quella che più plasma le menti. E dove, ancora oggi, tutti a dire Giovanna la Pazza.

Del resto, perché meravigliarsi se persino la Treccani, e persino dopo aver detto la verità su una serie di fatti e misfatti, continua a catalogare la nostra come Giovanna la Pazza? Infatti così la trovate intitolata in Treccani, non come Giovanna di Castiglia, ancorché detta… eccetera.

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gli occhi di Juana in un dipinto di cui ancora non conosco l’autore. p.s.: ore 21 circa del 27 ottobre. grazie a Silvia Santarelli ora lo so: si chiama Master of Affligen, è un olandese e il dipinto si trova nei Musei Reali del Belgio.

 

Ma torniamo agli scavi ottocenteschi. I primi sono, guarda un po’, tedeschi.

Già, per nostra fortuna, Germania ha sfornato mille bellezze. In storia, musica e altre belle arti. Mille e più di mille. Non solo Lanzichenecchi.

Il primo storico tedesco è il dottor Bergenroth. Che scava su Juana. Il dottor Hillebrand segue a ruota con un saggio critico sugli scavi. Entrambi simpatizzanti dei moti rivoluzionari dell’epoca. Entrambi in esilio per motivi vari. Bergenroth muore a Madrid. Hillebrand, invece, a Firenze. Dove vive a lungo.

Cosa conduce Bergenroth a scavare? Tanta passione per le verità nascoste, certo. Anche un po’ di soldi, però. Per cui, oltre allo storico, va ringraziato un Barone, tedesco anche lui, prussiano per la precisione, pare fosse Werthern il suo cognome, della Casa Hohenzollern. Ma sì, hanno fatto cose ottime anche loro. Non solo castelli belli sui cocuzzoli. Se poi dovessimo scoprire che il barone in questione, oltre che Ministro di Stato, era parente di Louise Cecilia von Werthern, per noi il cerchio si chiude.

*

Inizialmente Bergenroth era andato a Londra a studiare (leggi, scavare per scovare verità) la casata dei Tudor. Poi, un documento tira l’altro, finisce a Madrid.

Già, la Storia vera, per chi ci sa fare e vuole, può essere come un paniere di ciliegie. Una tira l’altra. A due condizioni, entrambe indispensabili: 1) che se ne abbia voglia e 2) che restino documenti.

Hillebrand è più conosciuto da noi non solo perché è vissuto in Italia, ma perché nel 1986 – ripeto, 1986, pertanto la parola recenti non è del tutto errata per ciò che concerne la traduzione italiana – la casa editrice Sellerio (retta da una donna, eh scusate non sono io che son fissata, è la realtà) ha stampato in italiano il saggio dove Hillebrand nel 1869 – che bell’anagramma numerico – giunge a conclusioni in parte simili a quelle di Bergenroth, sulla base dei documenti ritrovati da costui.

Quanto al titolo del saggio di Hillebrand, l’italiano Un enigma della storia è identico all’originale. Solo che l’originale: 1) la fa un po’ più lunga e 2) viene stampato a Parigi, per cui enigma diventa sostantivo femminile. E che sostanza!

Il titolo originale eccolo qui: Une ènigme de l’histoire. La captivité de Jeanne la Folle d’après des documents nouveaux.

Potremmo concludere che, poiché i libretti Sellerio, almeno per ciò che concerne il formato, son piccini, un titolo ristretto ci sta. Però c’è anche da dire che, se poco poco nel 1986 a Palermo avessero editato un titolo con dentro le parole “documenti nuovi” avrebbero suscitato ilarità nel Mondo intero.

Ma non sottilizziamo. Andiamo al sodo: Giovanna non era Pazza, no.

E il suo è stato molto di più di un sacrificio sull’altare della ragion di Stato. Parola di storici testardi e rivoluzionari.

Per carità, ancora c’è chi campa e campa bene – col titolo non sappiamo quanto accademico di storico/a – su storielle propinate da Storia ufficiale, Almanacchi regi e telefoni senza fili durati 500 anni. Parliamo anche di film (finanziati da Ministeri della Cultura… ohi!) come di opere teatrali come ancora di romanzi storici o sedicenti tali. Ancora un bel fiorire di Giovanne Pazze dappertutto.

Non ci va di fare nomi, che sono maschili e sono femminili, non vogliamo infierire. Basta dare un’occhiata. E dire che si tratta anche di case editrici alquanto serie. Potremmo archiviare il tutto come voglia di tener vivo il sacro fuoco della leggenda più meno colorita. Se poi la pazzia in ballo è anche una locura de amor – dai contorni simili a intrecci di telenovelas in auge in Spagna come in Italia – la sua durata è garantita.

Per fortuna, c’è chi scava per davvero.

*

Questo studio, in corso d’opera – sarà un racconto nel racconto – ha assunto sempre più un aspetto critico.

Una sorta di saggio critico del saggio critico Un enigma della Storia.

E se non varrà per questo scritto il sostantivo saggio, varrà senza dubbio l’aggettivo critico, in quanto mi ritroverò a criticare Hillebrand e le sue parole. Che restano dell’800, ma pur sempre parole di uno storico.

In prima persona non ho tale ambizione. Qui mi sto solo a divertire – dal latino divertere – tra un passo e l’altro di una piccola storia lunga solo sedici anni.

Il fatto è che mi piacciono gli intrecci con al centro sentimenti e relazioni tra esseri umani. Ambosesso. Già in Sedici scrivo di fatti realmente accaduti, ma che non sono stati detti. E che pertanto, se non venissero almeno scritti, resterebbero nascosti. Come mai esistiti.

Tornando allo spin-off, tutto è partito dalla battuta di Uma. Che mi ha intrigato.

Probabile che qualcosa covasse già dentro di me, perché degli sterminati meandri nascosti nella vicenda targata Carlo V il più occultato concerneva, neanche a dirlo, sua Madre.

Ci tengo a ribadire che il presente testo non ha alcuna pretesa divulgativa, ancor meno didattica. Non sono una scrittrice, figuriamoci una storica.

Prima ho scritto che mi diverto. È così. Questo non toglie che mi sia anche molto arrabbiata. E per davvero.

In ogni caso, resta il fatto che la Storia dei libri accreditati non solo non è mai tutta la storia, ma contiene molte deliberate falsità. E da questo punto di vista la vicenda di un uomo che è stato anche Imperatore del Sacro Romano Impero, e ancor più quella di una donna che è stata anche Regina di Spagna, almeno sulle carte e fino alla sua morte, sono emblematiche.

Del resto – lo accenno nella parte intitolata Otras Locuras – di Pazzie del terzo tipo come quella di Juana la Loca la Storia ne semina a profusione. Fino ai giorni nostri. E ancora oggi, dove meno te lo aspetti, forse evocati dalla potenza di un epiteto, volteggiano stormi di Giovanne Pazze da restare quasi sconvolte per quante sono. Sul finire si troverà anche Gioconda Belli, che non è una matta accreditata dalla Storia, ma una scrittrice nicaraguense che sta per compiere 70 anni. Il motivo per il quale ho deciso di inserirla tra le locure si scoprirà leggendo.

*

A ottobre 2017 questo Spin-off il ha partorito a sua volta un altro Spin-off. Inserito a pieno titolo in Otras Locuras. In quanto follia bellissima e collettiva.

*

In corso d’opera ho chiesto a Uma di curare la parte dal titolo Nel Seicento e oggi. Già citata in nota. La faccenda è andata così: durante lo studio su Juana ogni tanto lei spuntava alle mie spalle a dire: mi stanno venendo cose! mi stanno venendo cose! Una rottura d’ovaie continua, credetemi. Così le ho detto: metti il culo sulla sedia e scrivi! Con parole tue, ma scrivi! Per cui, nel caso, prendetevela con Lei. Se scrive (quasi) come parla non è colpa mia. Io mi sono limitata alla redazione di qualche nota a margine, lì dove l’ho reputato necessario.

*

Non è tutto. Sul finire, non soddisfatta da Hillebrand, ho voluto sotto gli occhi gli originali di Gustav Bergenroth. In inglese. Io che non conosco le lingue. Anche questo fatto sarà oggetto di un racconto nel racconto.

*

Infine, una notazione di carattere editoriale. Questo scritto al momento non viene stampato, perché ho meno pecunia del povero Bergenroth e nessun Barone o anche Baronessa accanto. Un vantaggio su di loro ce l’ho e lo sfrutto. Vivo nel terzo millennio e farò un ebook, così accontento la mia anima ecologista. Di necessità virtù, oppure… la volpe che non arriva. Buona lettura.

 

Milena A. Carone – 16 febbraio 2018

 

 

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[1] Estraggo da Mi piace Catania in ‘Sedici 1993’:

Si ritrovano in perfetto orario davanti a un muro alto e antico. Il gruppo delle sei donne ha percorso un tortuoso tragitto nel quale più volte davanti agli occhi di Uma era comparso un nome di uomo che le era molto caro. Nome seguito però da numero romano, altrimenti detto cinque. Uma non ha mai studiato molto nella sua vita. E La Storia più o meno antica, fatta quasi sempre di guerre più o meno uguali, non l’ha mai affascinata. Qualcosa immagina. E pure, davanti al muro alto e antico, con sopra l’ennesima scritta in marrone, che le riporta alla mente per l’ennesima volta scritte più o meno uguali rimirate nella sua città natale Lecce, non riesce a trattenersi e formula l’ennesima domanda non domanda: ma questo Carlo cinque andava sempre in giro?

[2] A questo punto corre l’obbligo di raccontare quel che segue. Anche per far comprendere quanto la sottoscritta sia una persona ‘studiosa’. Fino a un quarto del mio lavoro su Juana ero convinta (infatti così scrivevo) di avere a che fare col Seicento. Pertanto se n’è convinta anche Uma che dei miei studi era spettatrice. Quando mi sono resa conto che Carlo e Giovanna sono personaggi del Cinquecento m’è preso un colpo. E stavo correggendo come una matta. Uma m’ha dato uno spintone e detto, testuale: Lascia fare, lascia scritto Seicento. E anche il titolo mio lo voglio così, perché a me mi piace di più… la Seicento!       Ho riso e, per ringraziarla di avermi donato ennesima Ironia in uno studio che mi stava squassando il fegato, ho rispettato la sua richiesta. Non solo non ho corretto il già scritto, ma ho continuato a scrivere Seicento invece di Cinquecento. E ogni volta era motivo per sorridere, dentro. Per cui, abbiate pazienza, se trovate scritto Seicento, nel mio scritto, sta per Cinquecento. E alla sottoscritta, sia detto fra noi, piace di più la Cinquecento. La vecchia e la nuova. 🙂