ocra carico, direi

E io che mi metto?
Lanciò la giacca sul letto e la raggiunse dopo pochi secondi. 
Le piaceva affondare nell’odore delle sue cose, anche stropicciandole un po’. Lino stirato tra faccia e cuscino, magnifica pensata.

Domandò a voce alta, ma Alma non avrebbe sentito, altamente probabile. La camera aveva di lato un cunicolo stretto e lungo che portava al bagno. Ed era già dal bar che le scappava.

Uma proseguì imperterrita nel monologo. Non è che pensasse a voce alta. Recitava, se mai. Era narcisa quanto basta a farlo per se stessa.

Chi se ne frega poi della Rivoluzione Francese! Non mi piace il francese, non mi piace il loro cinema e non mi piacciono le francesi. Non mi piace niente della Francia. Forse Marsiglia, e mi sa che con la Francia ha poco a che spartire. Così dico, a naso.

Sollevando appena il volto dal lino sul cuscino, continuò per circa trenta secondi a sproloquiare contro la Francia. Salvò solo i colori della bandiera.

14 luglio. Campo dei Fiori. Un caldo soffocante già alle prime ore. Nel bar aveva chiesto un caffè in ghiaccio per colazione. Lo sapeva, non lo avrebbero fatto come voleva.

Si lanciò nella performance più che altro per svegliarsi.

No grazie, non lo voglio shakerato. Mi restano le bollicine sullo stomaco. Un caffè normale, grazie. Potrei avere quattro cubetti di ghiaccio? Grazie. E un bicchiere alto di vetro? Grazie.

Perché non imparano? È semplice!

Il barista le aveva rivolto uno sguardo strano.

Un bombolone per dialogare col caffè.

Le altre erano già fuori e lei traccheggiava ancora con tazzina e salviettine.

In albergo sentì appena il rumore dello sciacquone mentre si girava a pancia sopra sul letto.

Alma uscì dal bagno sfregando i capelli umidi di mezza doccia. Dicevi? Non ho sentito.

Lei partì con la prima venuta in mente, o forse l’ultima. Pensavo alla tinta delle pareti. Che colore è, di preciso?

Alma diede uno sguardo veloce in giro piegando il collo a sinistra. Ocra carico, direi. Pensi di guardarlo tutta la mattina?

Lei lo prese come un invito. Ma è vero che era un albergo a ore? Dice che è lo stesso della canzone di Paoli. Quella del soffitto viola. Dice che ogni stanza ha un colore diverso. E una ha uno specchio gigante che prende tutto il soffitto. Così ti guardi. Non ci scappi proprio, ti vedi anche se non vuoi.

Alma le andò vicina col sorriso più bello del mondo. Sottolineò l’incedere quasi ritmando le parole.

Ideale per chi non ha la stessa fantasia che hai tu.

Al tu, sollevò la destra con pollice e indice uniti da un immaginario pennello. Dipinse nell’aria con un paio di giravolte del polso. Con le stesse dita sciolse il nodo dell’asciugamano.

Uma le restituì il sorriso e di più. Forse dovremmo avvertire le altre che arriveremo più tardi.

Alma le si versò addosso scostando la giacca di lino che muta ringraziò dell’umidità ricevuta. Hanno inventato il telefono anche per questo tipo di emergenze.

Quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti.
Ma alberi. Alberi infiniti.

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Ocra carico, direi è il capitolo di apertura di Sedici 1989

 

 

Deep Ocher, I’d say     

What can I put on? Uma threw her jacket on the bed and followed it after a few seconds. She loved sinking in the perfume of her things, even crumpling them a bit. Ironed linen between face and pillow, what a wonderful thought. She asked aloud, but Alma couldn’t hear, highly probable. The room was sided by a long, narrow tunnel that led to the bathroom. And she had needed to spend a penny since when they were in the bar, so she ran. Uma continued unabated in the monologue. It was not a kind of loud thinking. She played, if ever. She was a female Narcissus, enough to do it for herself.

Who cares, after all, of the French Revolution. I don’t like French. I don’t like their cinema, nor French women. I don’t like anything of France. Maybe Marseille, and I think it has a little or nothing to do with France.  I say so, off the top of my head.

Barely lifting her face from the pillow linen, she continued for about thirty seconds to rant against France. Saving only the colors of the flag. July, 14th. A stuffy hot, already in the early hours of the morning, such that she had ordered an ice coffee for breakfast, in the bar in Campo dei Fiori. She knew that they would not have done it properly. She threw herself into the performance more than anything else, to wake up.

No thanks, not shaken. Bubbles would remain in my stomach. A regular coffee, thanks. And a high glass? Thanks. The barman gave her a strange look. Why don’t they learn? It’s simple. A donut to dialogue with the coffee. All the other girls were already out and she was still lingering over the cup and wipes. In the hotel she hardly heard the sound of the toilet flushing as she turned over on his stomach on the bed. Alma came out of the bathroom rubbing her half-shower-wet hair. What were you saying? I haven’t heard. Uma went with the first thing coming to her mind, or perhaps the last. I was thinking about the color of the walls. What color is it, exactly? Alma gave a quick look around, bending the neck to the left.

Deep ocher, I’d say. Are you planning to staring at it for  the whole day? Uma took it as an invitation. Is it really an hotel by the hour? They say it’s the one of Gino Paoli’s song. The one of the violet ceiling. They say each room has a different color. And one of them has a huge mirror covering the whole ceiling. So you can watch yourself. You’ve no choice, you must see yourself no matter if you don’t want. Alma went closer to her with the most beautyful smile of the world. She emphasized the pace almost rhyming the words.

Ideal for those who do not have the same fantasy than you. As she said it, she raised her right thumb and forefinger joined by an imaginary brush. She painted in the air with a couple of twists of the wrist. With the same fingers she untied the knot of the towel. Uma smiled back, and more.

Maybe we should tell the others that we’ll arrive later. Alma poured on her, pushing her linen jacket that, dumb, thanked her for the moisture received. They invented the telephone for this type of emergency.

Quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti.
Ma alberi.
Alberi infiniti. 

 

 

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