un regalo di ‘compleanno’

qui di seguito la Post-fazione a Spin-off 1993
che va integralmente in onda da oggi, 16 febbraio 2018.
En passant, giorno del mio sessantesimo compleanno.


Post-fazione
di Francesca Lamberti

 

MAC mi chiede un regalo ‘di compleanno’ e mi chiede un regalo mica da nulla. Una post-fazione, o pre-postilla, non è ben chiaro. In ogni caso qualcosa che viene dopo la lettura del libro e – come è sacrosanto che sia – invece che una prefazione (che in genere chi scrive redige senza aver neppure letto), in quanto è ‘post’, va più o meno in fondo, e ‘dopo’.

Mica da nulla, dicevamo. Ché la storia di Juana [de Trastámara], Giovanna [di Castiglia e d’Aragona], vulgo dicta “Giovanna la Pazza”, in qualsiasi rilettura dei personaggi, delle vicende, dei documenti, si voglia tentare, è un romanzo complesso, con piani e prospettive infinite.

E nel libro la nostra Juana non è l’unica figura importante.

C’è Carlo V, da cui tutta l’indagine prende il nome, l’Imperatore di quel Sacro Romano Impero su cui “non tramontava mai il sole”, epicentro di una serie di politiche dinastiche e, una volta raggiunta (a 15 anni) la maggiore età, a sua volta motore di eventi che cambieranno in parte il volto della Storia d’Europa (che già stava cambiando per via della scoperta delle Americhe e dello scisma fra Chiesa anglicana e cattolica).

C’è Isabella [“la Cattolica”], scaltra governante europea che usa la religione, l’Inquisizione e i figli (soprattutto le figlie) per i suoi obiettivi politici: ad esempio una volta ‘acquistato’ il Portogallo, attraverso matrimonio della prima figlia (“Isabellina”) con Manuel d’Aviz [Manuele I del Portogallo], scomparsa prematuramente la ragazza, avrebbe fatto sposare il portoghese (per non allontanare lui e i suoi possedimenti dalla sua sfera d’influenza – tanto più che il Portogallo aveva già creato guai per la sua ascesa al potere) con la quartogenita Maria [de Trastámara]. Il potere, anche in mani femminili, nel Rinascimento come oggi, sempre potere è: e se ancor oggi non sempre si accede a un modo ‘femminile’ di esercitarlo, alternativo a quello patriarcale, figurarsi nel Cinquecento.

C’è Filippo [il Bello], il cui unico ‘merito’ pare essere l’andare a caccia e a donne (di re viziosi la storia, quella con la “s” minuscola, è piena, e ne son pieni anche i racconti fantasy, si pensi soltanto a quel Robert Baratheon del Trono di Spade che muore avvinazzato per via di una caccia al cinghiale…).

C’è Margherita [d’Asburgo], che nella sua ‘distanza’ (o freddezza) mitteleuropea è l’emissaria ideale per le politiche (dinastiche e non) di Massimiliano I. E la galleria potrebbe continuare.

Cosa può dirsi di Juana? Moltissimo. Ragazzina dal carattere tutt’altro che sottomesso (a differenza, pare, delle sorelle, tutte casa, messa e maternità), nasce e cresce all’interno di una dinastia dove il casato e i territori su cui si regna sono trasmissibili anche per via femminile. Il suo ruolo (visto il carattere della madre, che non aveva esitato a mobilitare eserciti e inquisitori per raggiungere e puntellare il suo potere) predestinato è quello di pedina sullo scacchiere d’Europa.

Le politiche dei governanti dell’epoca – ed è costume già di Roma antica – si fondano spesso su alleanze matrimoniali e su discendenze dinastiche, oltre che su battaglie furiose e trattati di pace di breve durata. Le cronache (ci sarà un perché) nel caso di Juana come in quello di altre regine (non solo spagnole) parlano di matrimoni combinati, dove la sposa inizialmente non conosce chi le toccherà in sorte. Poi però s’innamora follemente del ‘principe consorte’ (quella che MAC definisce locura de amor).

A opinione di chi scrive, poiché questo non avviene invece nei matrimoni ‘combinati’ dell’antichità, dove di amore non si parla, e non si parlerà sino al sopraggiungere del Cristianesimo (ne sa qualcosa Paul Veyne, ad esempio…), lo spartiacque risiede proprio nella religione.

Il ‘romanzo d’amore’ tormentato della regina/principessa che soffre per l’atteggiamento ‘femminaro’ del partner, e si strugge anche da vedova (il più delle volte – MAC vede bene – per non dover risposarsi, ché anche in quel caso non avrebbe, lei, possibilità di scegliere qualcuno di suo gradimento), dev’essere in qualche modo collegato con quel risalto alle emozioni e alla fedeltà coniugale (femminile) materiata d’amore (e di vera locura, a parere di chi scrive) cui la Chiesa (cattolica) tiene in modo particolare. Cattolica perché le regine d’Inghilterra (da Anna Bolena in poi) vengon sospettate di adulterio e di incesto. Quelle dell’Europa continentale, invece, o sono particolarmente oculate e fortunate (come Margherita d’Asburgo) o vengono rinchiuse e sotto stretta sorveglianza (come Isabella o Giovanna) nel tempo della gravidanza: motivazione ufficiale è la ‘salute malferma’ della puerpera. Quelle ufficiose risiederanno da un lato nella necessità di evitare anche solo il sospetto di adulterio (e dunque di una discendenza illegittima del regnante), e da un altro in quella di evitare una suppositio partus (pratica nota sin dall’antichità): vale a dire che il neonato (magari nato morto) venga sostituito da un pupo sano e vitale di provenienza quale che sia, ma non regale.

Dunque Juana: nonostante l’anticonformismo e la naturale inclinazione alla ‘resilienza’, si arrende al desiderio materno che la coniuga a Filippo “il bello”, e anzi (stando alle cronache e ai gossip del tempo) si innamora perdutamente. Nel volgere di dieci anni partorisce sei figli e – poiché Filippo è biondo con gli occhi chiari e “figlio di buona mamma” (mi si perdoni il sessismo) – si strugge di gelosia. Saranno anzi le crisi e gli scatti d’ira a fornire il primo seme per la sospetta follia. Da terza in linea successoria al trono di Castiglia per la morte prematura di Isabellina e del fratello Giovanni, si ritrova prima. Nel testamento della madre è individuata come legittima erede al trono: non eserciterà mai, perché il padre Ferdinando (nominato reggente nello stesso testamento) si accorda (a Villafáfila) col “bel” Filippo (che evidentemente non solo a caccia e donne pensava ma anche alle sue “belle” brame di potere) per far dichiarare “folle” Juana e prendere nelle sue mani il potere. Morto Filippo, Giovanna viene rinchiusa (dopo un viaggio avventuroso) in un palazzo a Tordesillas, sotto stretta sorveglianza di emissari del padre (che intanto deve vedersela con la nobiltà locale, non tutta favorevole al suo regno). Dalle mani e dal controllo di Ferdinando la donna passerà poi, dopo la morte del padre, a quelle del figlio Carlo (V), che le è stato tolto bambino per essere educato dagli Asburgo e che come Asburgo e uomo di potere si comporterà verso di lei, perpetuando l’incarceramento e la sorveglianza. Anche la breve parentesi della rivolta dei comuneros non cambia le cose per Juana. La successione di alcuni eventi (e la datazione di alcune gravidanze) alla luce delle fonti è almeno equivoca. I dati essenziali però permangono. Il rapporto controverso, fatto di odi et amo, con la madre. La sua ribellione verso la religiosità mainstream. L’incarceramento a Tordesillas, fra il 1507 e il 1520. La visita di Carlo alla madre nel tardo 1517. I ‘centouno’ giorni di liberazione nel 1521. Il nuovo encarcelamiento che durerà sino alla morte di Juana nel 1558.

A fronte di dati e date permangono dubbi numerosissimi, nonostante (anzi, forse proprio grazie a) le ricerche di Bergenroth e la ‘rilettura’ di Hillebrand dei documenti messi in fila (e ‘decrittati’) dal primo.

Juana, in tutte le testimonianze rese su di lei dai sorveglianti e in tutte le relazioni sugli incontri con i figli, è descritta come donna consapevole e pacata, in grado di conversare normalmente e razionalmente. I suoi rifiuti di firmare o di ‘cedere’ il potere di cui formalmente era titolare, il suo insistere ad esempio sull’attendere la sepoltura del marito a Granada o la ennesima gravidanza, il portare con sé il feretro nelle sue peregrinazioni, possono esser letti come tentativi di ‘prendere tempo’ da parte di una donna che si vedeva circondata da manipolatori e fatta segno di informazioni depistanti volte a influenzarne le decisioni. Una donna che avrebbe potuto altresì essere usata in futuro per nuovi matrimoni con conseguente ‘confusione’ quanto a politiche dinastiche e alleanze fra potentati.

Il suo agire dunque (a parte vistose eccentricità come quella di un lungo – centinaia di chilometri – corteo funebre) non si discosta da quel temporeggiare che è la cifra di altre donne del suo tempo: Margherita d’Asburgo, la cognata, ad esempio dopo le prime nozze con Giovanni di Trastámara e le seconde con Filiberto II di Savoia, si ritira per un periodo in Savoia (a Bourg-en-Bresse) ufficialmente per ‘smaltire la vedovanza’, nei fatti per prender tempo ed evitare di risposarsi. Insomma, la ‘reclusione’, o il ‘ritiro’, se volontari, sono una strategia femminile per evitare che la ‘politica dei corpi’ del tempo (che le vede come ‘ventri’ da figli, o come pedine da spostare a piacimento sullo scacchiere delle alleanze) le manovri una volta di più. Non è escluso che Juana, dopo la morte del marito, ambisse a qualcosa di simile: un ‘ritiro’, una ‘sosta’ per smaltire il lutto e prendere tempo. Periodi di digiuno e di ascesi del resto non le erano ignoti (stando a fonti e gossip dell’epoca). La politica che si agitava sulla sua testa la costrinse invece a muoversi, fino a restare intrappolata. Appunto a Tordesillas.

La ‘rilettura’ della presunta follia di Juana non è nuova in letteratura. Già Bergenroth aveva avanzato notevoli dubbi sulla ‘versione ufficiale’ della locura. Altri hanno ripreso la storia dopo di lui.

MAC ne fornisce una reinterpretazione anticonformista, fatta di saliscendi fra genealogie, parentele, matrimoni fra parenti e affini (con connesse dispense papali), che non si stupisce delle morti premature (dovute sicuramente a tare genetiche derivanti dalle unioni fra consanguinei), degli adulterii, degli avvelenamenti. Fatta di momenti ‘distorsivi’ e a tratti grotteschi, che potrebbero generare confusione in chi non legge con attenzione: Carlo V ad esempio è chiamato “il Bastardo” (come epiteto connotativo), nonostante la sua nascita assolutamente ‘legittima’; il Cinquecento è per lei “il Seicento” (e qui uno storico vorrebbe gettare la spugna…); Isabella d’Aviz, la madre di Isabella “la Cattolica” e nonna di Juana (anche lei affetta da presunta locura), diventa Isabellona, e così via elencando.

L’enorme messe di stereotipi rinvenibile nelle fonti è messa in risalto con sapienza: è evidente che l’autrice si diverte nel farlo e diverte chi legge.

La vicenda, e le altre collegate (come ad esempio quella di Giovanna la Beltraneja, o quella delle diverse Giovanna d’Aragona), sono analizzate con uno sguardo sempre fortemente ironico, che si fa gioco delle versioni ufficiali della Storia e anche delle versioni romanzate.

Qualsiasi storico sa che – in presenza di molte fonti – la storia si ricostruisce selezionando quelle rilevanti, e interpretandole in un disegno coerente (cito un po’ a memoria da Eduard Carr, Sei lezioni sulla storia).

MAC se da un lato sa ‘come si fa’, dall’altro in alcuni casi preferisce ‘scomporre il puzzle’ lasciando al lettore (che è obbligato a leggere corredandosi di tavole genealogiche e ricorrendo costantemente alle voci enciclopediche o ai manuali di storia del Rinascimento) la libertà di ricomporlo a suo modo. Tenendosi anche i suoi dubbi, sia chiaro. Con una costante, però. Le donne (del Cinquecento), queste poverette, se avessero avuto la libertà di manovra e di parola consentita agli uomini, ben altro che folli si sarebbero rivelate. Gli scritti rimasti di loro pugno e le testimonianze sul loro conto (alcune solo fra le righe) lo documentano bene. Il loro agire, nella follia generale dei tempi, era ben più normale e orientato ai legami familiari e al sano rispetto di emozioni e di affetti (sia pur su uno sfondo di potere), di quanto i signori uomini (quelli di allora, ça va sans dire, quelli di allora) avrebbero mai potuto vantare.

 

 

Lecce, 11 febbraio 2018

Francesca Lamberti *

 

* N.D.A.:
Francesca è Professora Ordinaria di Diritto Romano e Diritti dell’Antichità presso l’Università del Salento.
Francesca è soprattutto – lo dico anche in riferimento a quel regalo di compleanno con cui esordisce – una mia Amica.
Francesca che mi conosce. E ha avuto, da par suo, notevole dose di Ironia nell’accettare la mia richiesta.
Il regalo è giunto con 5 giorni di anticipo. Eh, mica per dire io la chiamo Brigida Eccentrica Precisa. La ringrazio di cuore.
E ora… ok, si stampi.
Mac – 16 febbraio 2018.